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Chat di classe, uno strumento utile ma in ambito scolastico si deve utilizzare il registro elettronico per le comunicazioni

Lara La Gatta

Le chat di classe – che si tratti di gruppi WhatsApp, Telegram o altre piattaforme – sono ormai diventate un elemento ricorrente nella quotidianità di genitori e studenti. Tuttavia, secondo la normativa, questi spazi digitali non rientrano nelle attività istituzionali o didattiche della scuola. A crearli e gestirli sono infatti privati cittadini: genitori, rappresentanti o studenti stessi. Per questo motivo l’istituto scolastico non può essere considerato responsabile di ciò che vi circola.

A dirlo è il Garante privacy, nella versione aggiornata del vademecum La scuola a prova di privacy.

Quando la privacy entra in classe

Essere “ambienti privati” non rende però queste chat zone franche. Chi vi partecipa è comunque soggetto alle norme sulla protezione dei dati personali.

In particolare, è vietato condividere fotografie, video o informazioni sensibili sugli studenti senza un esplicito consenso.

La leggerezza con cui spesso vengono diffuse immagini o notizie rischia quindi di trasformarsi in una violazione della privacy, con potenziali conseguenze anche serie.

Per le comunicazioni ufficiali valgono altri canali

Sebbene rapide e comode, le chat di classe non dovrebbero sostituire i canali istituzionali della scuola. Il suggerimento rivolto agli istituti è chiaro: evitare di utilizzarle per avvisi formali e preferire strumenti ufficiali come il registro elettronico. Al tempo stesso, diventa fondamentale educare gli utenti – genitori in primis – a un uso consapevole e rispettoso di questi strumenti.

Tra necessità e buon senso

Le chat di classe restano un supporto prezioso per coordinarsi, scambiarsi informazioni pratiche o aiutarsi tra genitori. Tuttavia, per evitare equivoci, conflitti e violazioni, ciò che serve è un equilibrio: ricordare che non sono un’estensione della scuola e che, come ogni luogo di comunicazione, richiedono responsabilità e attenzione.

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