Home Archivio storico 1998-2013 Riforme Daniel Pennac e l’insegnamento dell’ignoranza

Daniel Pennac e l’insegnamento dell’ignoranza

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“Oggi abbiamo bisogno di persone che cerchino di comprendere le paure di un adolescente, prima ancora d´insegnargli qualcosa. È questa la funzione del pedagogo. E per non far paura agli allievi, dobbiamo evitare di presentarci come guardiani del tempio, provando invece a trasmettere loro la felicità che proviamo quando frequentiamo i libri.
I guardiani del tempio sono quelli che dai lettori esigono sempre un commento e un giudizio, preferibilmente in sintonia con il loro.
Spesso gli studenti sono convinti che scrittori come Joyce o Proust siano illeggibili. La letteratura a voce alta può servire a dimostrare il contrario.
Secondo me, invece, la letteratura non ha nulla a che fare con la comunicazione. La lettura è innanzitutto qualcosa per se stessi. È un rapporto d´intimità tra uno scrittore e un lettore”.
Figura di primo piano è il pedagogo che è opposto, dice Pennac nell’intervista rilasciata a La Repubblica: “al demagogo da un lato e al mercante dall´altro. Purtroppo nella scuola non mancano i professori demagoghi, quelli che fanno finta di essere degli adolescenti per conquistarsi la simpatia degli allievi.
È un atteggiamento che infantilizza sia i professori che gli studenti. In realtà, i giovani hanno bisogno di confrontarsi con degli adulti veri, la cui presenza li aiuti a costruirsi. Gli adulti devono indicare i limiti, spingere allo sforzo intellettuale ed esigere una certe solitudine riflessiva. Tutto ciò per insegnare ai ragazzi a riflettere da soli. Il pedagogo è colui che riesce a far sentire agli allievi che l´esercizio dell´intelligenza critica può essere una fonte di piacere. I demagoghi invece propongono sempre le soluzioni più facili e soprattutto fanno sempre appello a un´identità collettiva, una sola per tutti, dove si annulla ogni singolarità. A scuola, ma anche al di fuori, nella corsa al consumismo, nella moda, nella politica e perfino nella pratica artistica. Il demagogo è il pifferaio magico che seduce e ci conduce al disastro.”
Il demagogo però ha più successo del pedagogo perché “l´autorevolezza che nasce dall´esempio della singolarità si fa sempre più rara. È sempre più raro trovarsi di fronte a un adulto capace di pensare con la propria testa e di avere un comportamento indipendente, un adulto che dia l´impressione d´essere veramente se stesso e non il prodotto di mode e pensieri dominanti”. Tutto ciò contribuisce alla perdita globale di spirito critico, che è “figlia del bombardamento pubblicitario televisivo cui sono sottoposti sempre di più i bambini e i giovani. La pubblicità stuzzica in permanenza il loro desiderio di possedere (che in loro viene immediatamente confuso con un desiderio d´essere), trasformandoli tutti in clienti. Il pedagogo deve provare a decostruire questa situazione, tentando di trasmettere il piacere di comprendere, in modo che un allievo possa anche decidere di riflettere invece di passare il suo tempo a consumare. Il che è già una manifestazione di spirito critico”. Da qui il ruolo dello scrittore. “Più che pensare a insegnare qualcosa, lo scrittore deve sperare di diventare una compagnia per chi lo legge, nella convinzione che la lettura debba restare sempre un piacere per gli adulti come per i bambini.”