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“Debate” e “service learning” a scuola

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Tra le “scuole polo” individuate dagli Usr nell’ambito di un progetto Miur, per la Sicilia l’attività di formazione su queste metodologie è stata affidata al liceo classico “Spedalieri” di Catania.

Di “debate” e “service learning” si parla nell’art. 5, comma 2 del D.M. prot. 663 dell’1 settembre 2016, prevedendo a livello nazionale lo stanziamento di 550mila euro per la formazione di studenti e docenti sulle modalità dell’apprendimento-servizio (appunto “service learning”) e sul metodo del dibattito scolastico (“debate”), finalizzati allo sviluppo di una pratica metodologica basata sulla partecipazione attiva degli alunni, da percepire come un’occasione di rafforzamento delle loro competenze comunicative nonché un valido esercizio per l’acquisizione o il potenziamento di competenze sociali, quali rispetto, tolleranza, ascolto, dialogo e confronto.

Nel suddetto decreto Miur si precisa che la cifra complessivamente stanziata verrà suddivisa tra le istituzioni scolastiche selezionate come “scuole capofila” da ciascuno dei 18 Uffici scolastici regionali.

In particolare, per la Sicilia l’Usr ha individuato e scelto, per  la particolare innovatività del progetto presentato, il percorso proposto dal Liceo classico “Nicola Spedalieri” di Catania, che rappresenta così la regione siciliana nell’ambito delle attività a livello nazionale ed è nel contempo “scuola polo” per la Sicilia, quindi responsabile dell’organizzazione di percorsi formativi, per docenti ed alunni degli istituti scolastici aderenti, sulle pratiche metodologiche in questione.

Conclusasi da un paio di settimane la parte seminariale organizzata dal Ministero dell’istruzione per le “scuole polo” regionali, il Liceo classico “Spedalieri”, il cui dirigente scolastico è Maria Grazia Lizzio, ha dato avvio alla fase di formazione regionale. La referente del progetto per la Regione a livello nazionale, Adriana Cantaro (docente del Liceo “Nicola Spedalieri” di Catania), ci ha fatto sapere che sono già state incontrate le istituzioni scolastiche che avevano risposto all’Avviso Pubblico diramato dal Miur e che si stanno avviando, d’intesa con l’Usr (nella persona del dirigente tecnico Giorgio Cavadi), le procedure per dar corso alle prime fasi del percorso formativo ideato dalla “scuola capofila”, cui seguiranno incontri seminariali con altri istituti scolastici. La professoressa Cantaro evidenzia che “il progetto fa perno specificamente sulla disseminazione delle ‘best practice’ già realizzate in relazione appunto a debate e service learning”.

Inoltre, nel decreto ministeriale e in successivi avvisi e note si fa riferimento anche  alle Olimpiadi di Debate e alle Olimpiadi di Service learning – che si dovrebbero svolgere tra novembre e dicembre di quest’anno – quali momenti di confronto di idee e partecipazione degli studenti delle scuole secondarie di II grado.

Ma esattamente cosa è il “debate”, metodologia sviluppata soprattutto nel mondo anglosassone? Si basa essenzialmente sull’esercizio al dibattito utilizzando competenze linguistiche, logiche, comportamentali, di interazione costruttiva; è un evento di comunicazione strutturato su una tematica definita in cui due squadre composte da studenti si alternano nel sostenere e controbattere un argomento, ponendosi in un campo (pro) o nell’altro (contro), con periodi di comunicazione e tempi stabiliti. Avendo cura di documentarsi sui contenuti del tema da discutere, i ragazzi dovrebbero imparare a cercare e selezionare le fonti, ad ascoltare per poi argomentare le proprie ragioni strutturando un discorso logico; funzionale alla capacità logico-argomentativa è la ricchezza lessicale. Insomma, per alcuni estimatori di questa metodologia sarebbe come rispolverare un po’ l’antica “retorica”.

Certo, i “debaters” devono preparare le proprie tesi e la propria strategia. Diciamo che nel “debate” in realtà ogni gruppo deve prepararsi, con una suddivisione a squadre, a produrre sia una tesi a favore che una contro, cioè in pratica qualcuno corre il rischio di dover sostenere una tesi… che non condivide, magari utilizzando discorsi finalizzati alla persuasione; e allora proprio nell’ottica del “debate” per i detrattori di questo modello… è lecito anche sostenere il “rovescio della medaglia” paventando appunto qualche timore: non è che attraverso questa “tecnica” e strategia comunicativa si rischia di coltivare la “demagogia”, nell’accezione moderna del termine? Insomma, chi non condivide questo tipo di strumento didattico si chiede: “piccoli demagoghi crescono?”.

Ma noi vogliamo essere fiduciosi che tale pericolo venga disinnescato dalle capacità dei formatori e soprattutto degli insegnanti. Peraltro, nel lanciare l’iniziativa coloro che la ritengono una metodologia efficace per il confronto delle idee fanno notare che può anche essere un valido strumento per sostenere la rappresentatività degli stessi studenti negli organi collegiali, Consigli di classe, Consigli d’istituto, Consulte studentesche, favorire il “cooperative learning” e la “peer education” non solo tra alunni, ma anche tra insegnanti e allievi, promuovere un uso consapevole e critico delle Information and communication technology (ICT), nonché uno stimolo per riavvicinare i ragazzi alla partecipazione consapevole, alle questioni sociali, civili, politiche.

Oggi, infatti, in molti fanno notare che la maggior parte delle problematiche e delle politiche pubbliche sono discusse quasi esclusivamente dai cosiddetti “esperti”, sovente portatori di interessi specifici. Il “debate” può offrire ai ragazzi l’opportunità di sviluppare capacità di organizzare, esporre e comunicare le proprie idee, educandoli nel contempo ad utilizzare la logica come strumento di analisi, incoraggiando il pensiero critico e indipendente, rifiutando il ragionamento superficiale.

Peraltro, l’attività di dibattito (su qualsiasi argomento: filosofico, scientifico, di attualità) può essere svolta sia come attività extracurricolare, attività competitiva e di confronto fra gruppi di studenti (si pensi appunto alle “Olimpiadi di debate”), sia in certi casi come attività curricolare all’interno della classe, come metodologia didattica, purché – sottolineiamo noi – sempre nel solco del rispetto della libertà di insegnamento del docente sancita anche dalla Costituzione.

Pure il “service learning” (apprendimento-servizio) è una prassi educativa abbastanza diffusa nei Paesi anglosassoni, anche se un metodo simile è stato promosso già da tempo soprattutto nell’America latina (e rilanciato in Spagna), dove è chiamato “aprendizaje-servicio solidario”.

Si tratta di un metodo pedagogico-didattico che unisce due elementi: il “service (il volontariato per la comunità) e il “learning” (l’apprendimento), approfondendo conoscenze di problematiche reali e attuali: un modello di apprendimento critico che attiva competenza di cittadinanza consapevole.

Il criterio “ispiratore” è il seguente: chi si impegna partecipando attivamente ad un progetto che propone risoluzioni ad un problema reale della comunità (essenzialmente a livello locale) impara a conoscere altri ambienti e altre realtà di vita, riconosce i problemi sociali, sviluppa il senso di responsabilità; l’obiettivo del “service learning” è quello di rendere i cittadini sensibili alle esigenze della società, potenziando il principio di convivenza civile e democratica.

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