Home Personale Giornata Mondiale dell’insegnante: auguri a tutti, anche a chi docente non è!

Giornata Mondiale dell’insegnante: auguri a tutti, anche a chi docente non è!

Se stipendi e prestigio hanno toccato i minimi storici, la colpa è delle riforme narcisiste degli ultimi decenni: l’evento internazionale odierno può essere allora l’occasione giusta per mettere in evidenza il prezioso ruolo di chi opera ogni giorno a favore della formazione, educazione e guida dei nostri giovani. Sperando che il messaggio sia colto in primis da chi guiderà la prossima legislatura.

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Quale significato può avere in Italia la Giornata Mondiale dell’Insegnante? Cosa ha da celebrare la categoria più bistrattata da chi ha governato il nostro Paese negli ultimi decenni?

Molti docenti, ne siamo sicuri, se lo saranno chiesto. Li comprendiamo; hanno ragioni di vendere. Siamo però anche convinti che l’evento internazionale non può passare inosservato: riteniamo che sia, piuttosto, l’occasione giusta per rimarcare l’arretramento valoriale a cui sono stati sottoposti i nostri insegnanti.

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Istituita 23 anni fa dalla United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, l’UNESCO, la Giornata Mondiale dell’insegnante nasce proprio per mettere in evidenza il prezioso ruolo dei docenti nel percorso di formazione, educazione e guida dei giovani.

Ricordarlo all’opinione pubblica, pur tra mille difficoltà in cui versa l’istruzione pubblica, serve ad avvalorarne l’importanza. Quello che fa male è fermarsi al concetto. Perché in Italia tutti i tentativi per risalire la china, compresa la riforma del 2015, non hanno cambiato le cose. Anzi, hanno fatto lievitare il malcontento tra i nostri insegnanti.

Pensiamo agli stipendi. Chi lavora a scuola, lo fa per un compenso davvero misero: più basso di quello di un impiegato. Anche chi si impegna, dando l’anima in classe, partecipando ad un alto numero di progetti e acquisendo più funzioni aggiuntive alla didattica, se va bene riesce a portare a casa una piccola quattordicesima. Al massimo, un centinaio di euro al mese da aggiungere ad uno stipendio fermo dal 2009 e sprofondato tra i più bassi d’Europa: peggio di noi fanno solo Grecia e Slovacchia. Così il compenso a fine mese, anche per cui usufruisce del cosiddetto bonus “merito” voluto con la Legge 107/15, rimane mini. Come l’aumento di 85 euro lordi, su cui c’è l’accordo Funzione Pubblica-sindacati, non cambierà molto le cose.

C’è qualcuno, crediamo pochi, secondo cui però quello del docente è un mestiere che ha un’alta considerazione sociale. Purtroppo le cose non stanno così: del ruolo centrale e autorevole che il “maestro” aveva solo qualche decennio fa, si sono perse le tracce. Oggi, la maggior parte delle famiglie ha un piglio più critico che collaborativo nei confronti degli insegnanti dei figli: i casi di docenti derisi, se non picchiati, sono sempre più frequenti.

Anche quella del preside, pardon del dirigente scolastico, pure lui pagato molto meno di quello che meriterebbe, è una figura che con gli anni si è caricata di lavoro e responsabilità. Ma parallelamente il suo operato, agli occhi della cittadinanza, si è man mano sgonfiato. Anche per i ds il prestigio ha toccato livelli minimi. E se anche il preside, che è stato insegnante almeno per cinque anni, non viene considerato come dovrebbe, diventa chiaro che la spirale di decadenza sociale riguarda ormai tutti coloro che operano nella scuola.

La domanda da porsi, allora, è: per quale motivo si è arrivati a questo, senza che nessuno organismo istituzionale, sindacato compreso, sia riuscito ad opporsi?

La verità è che nessun Governo è riuscito a tenere lontana la tentazione di riformare la scuola in modo narcisistico: tutti hanno cercato di imporre il loro imprinting politico in modo autoreferenziale, senza ascoltare di cosa realmente hanno bisogno i nostri insegnanti. È un errore, grave, in cui è caduto anche Matteo Renzi.

Se a questo aggiungiamo che il Pil investito in Italia nell’istruzione pubblica è molto al di sotto della media, il cerchio si chiude (ovviamente male).

Ecco perché oggi quello del bravo docente, dell’ottimo educatore, in grado di comprendere, bene interpretare, ispirare e orientare lo sviluppo intellettuale dei giovani, non è più quel totem delle società moderne che dovrebbe essere.

Sarebbe bene che chi guiderà la prossima legislatura abbia chiaro tale principio. Basico ma fondamentale. Se questo avverrà, lo speriamo davvero, nessuno allora potrà più dire che in Italia nella Giornata Mondiale dell’insegnante c’è poco da celebrare.

Per tutti questi motivi, la direzione e la redazione tutta della Tecnica della Scuola inviano i migliori auguri agli insegnanti e a tutti coloro che operano nelle nostre scuola, a favore della formazione e dell’educazione giovanile.