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Autismo a scuola, la storia di un alunno e gli effetti di una continuità negata

Quella di N. (riportiamo le iniziali in quanto trattasi di un minore) è una storia che ci è stata segnalata dall’Avv. Antonio Salerno e che fa molto riflettere.

N. è un “bambinone” di 13 anni affetto da disturbo severo dello spettro autistico con necessità di sostegno elevato (36 ore previste in PEI ma solo 18 erogate e anche male).

Il conflitto docente/alunno

Ha frequentato con entusiasmo e voglia di apprendere la scuola primaria concludendo il primo ciclo d’istruzione con ottimi risultati; ma, soprattutto, è perfettamente integrato nonché inserito in una moltitudine di progetti (calcio, piscina, laboratorio teatrale, laboratorio giornalistico, catechismo, concorsi pittorici) né, prima di accedere alla scuola secondaria di primo grado, ovvero di incontrare sul proprio percorso il Dirigente di un istituto comprensivo, ha mai avuto alcun problema di integrazione.

Accade però che il passaggio alla scuola secondaria di primo grado venga contrassegnato da problematiche connesse al solo ruolo del docente di sostegno che, a settembre del 2024 (ovvero ad appena 10 giorni dall’inizio dell’anno scolastico), riportando comportamenti notoriamente “innescanti” (attivazione non preannunciata della LIM, richiamo per presunta assenza di materiale scolastico, rimproveri), segnalava al dirigente una presunta aggressione operata dall’alunno.

PEI ignorato

Le condotte che avrebbero innescato, nell’immediatezza dell’inizio dello scorso scolastico una reazione di N. sono tutte ascrivibili al mancato effettivo assorbimento delle indicazioni contenute nel pregresso PEI, al mancato recepimento delle richieste/indicazioni della famiglia e, ancor peggio, all’utilizzo di termini che rompono le schematizzazioni positive ma, soprattutto, determinano un “richiamo” negativo, attraverso un certosino lavoro della famiglia, dell’assistente specialistico e dei terapisti di supporto, pur non senza diverse criticità; nonostante ciò si è faticosamente arrivati all’accettazione del docente di sostegno e all’instaurazione di un rapporto di “aggancio”.

A questo punto, mentre la famiglia e, soprattutto, N. confidavano nella ripartenza dal “traguardo” del raggiunto equilibrio, nell’imminenza del nuovo anno scolastico, con buona pace del codificato principio di continuità, si apprendeva del mutamento del docente di sostegno con l’aggravante della permanenza, all’interno dello stesso plesso, del precedente docente di sostegno (un evento che, in un soggetto autistico che vive di schematizzazioni, rappresenta un trauma assoluto).

Le segnalazioni delle aggressioni

E, con una quantomai sospetta coincidenza di tempi, a pochissimi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il dirigente si “premurava” di segnalare ai servizi sociali del Comune una “nuova” presunta aggressione perpetrata dal ragazzino anche paventando una potenziale inefficacia dell’azione educativa della famiglia.

Il tutto dimenticando che N., pur nel suo apprezzabile percorso di crescita e limitata autonomia, è un soggetto autistico ovvero che, per conoscenza ormai anche comune, vive di schematizzazioni routinarie in ragione delle quali, per ovvie ragioni, è il “sistema” (ivi inclusa soprattutto la scuola) che deve adattarsi/plasmarsi e non già il disabile e dover “capire” le scelte o le condotte della istituzione (sia essa il dirigente o il docente di sostegno).

Ne è seguito un corposo scambio epistolare con il dirigente che, giocando sui tempi dei propri riscontri, ha prima invocato una normativa inattagliabile al precedente docente di sostegno per giustificarne la sostituzione, poi ha strenuamente sostenuto le grandi capacità didattiche dell’attuale docente (nonostante le contrarie evidenze scientifiche) e, da ultimo, dopo quasi 5 mesi di strenui richieste della famiglia di inibizione all’attuale docente di sostegno (senza trascurare che su un PEI di 36 ore ne vengono garantite solo 18), da pochi giorni ha manifestato la disponibilità ad un ripristino del precedente docente.

Serve davvero la normativa

Ora, al di là degli aspetti giuridici (sottoposti al vaglio del Tribunale al fine di ottenere un provvedimento cautelare che inibisca la presenza dell’attuale docente di sostegno avendo acquisito prove di condotte consapevolmente innescanti), ciò che lascia sconcertati è come il luogo deputato per eccellenza alla inclusione divenga luogo di frustrazione e danno anche fisico.

Accade, quindi, che il lavoro di anni della famiglia e dell’intera equipe di specialisti che assiste N. (neuropsichiatra, terapista, logopedista, assistente specialistico, servizi sociali ecce cc) rischi di essere vanificato in pochi mesi.

Disporre di un intero impianto normativo (costituzionale, nazionale e sovranazionale) non serve a nulla se, poi, in concreto non si è attenti all’ascolto e se, soprattutto, trincerandosi dietro la fredda e, peraltro, erronea applicazione delle norme, si relega un ragazzo all’isolamento.

La scuola include o esclude?

La scuola, più di ogni altro contesto, dovrebbe essere luogo di inclusione e non già di “imboscata” seppure, ovviamente, la vicenda di N. sia più riconducibile alla condotta respingente del dirigente che ad una inefficacia in sé delle norme (modificare consapevolmente le schematizzazioni di un ragazzo autistico equivale a “innescarlo”; rifiutare le indicazioni della famiglia ovvero lasciare che le prescrizioni anche tecniche del PEI ivi rimangano confinate equivale a disattendere la logica inclusiva; cambiare il docente in ragione dei desiderata del docente equivale a negare il principio della continuità a tutela del disabile; ostinarsi a rimbalzare le richieste della famiglia equivale ad indurre la famiglia a trovare una soluzione ovvero “eliminare” il “problema”; cambiare idea dopo mesi di segnalazioni non equivale ad intelligente revirement bensì ad ottusa consapevolezza di allontanare un ragazzo fragile da un contesto solo apparentemente inclusivo).

E non è questo ciò che la scuola deve fare seppure la regolamentazione dell’istituzione e, quindi, la concreta inclusione, sia rimessa alla capacità di equilibrato discernimento del dirigente.

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