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I nativi digitali insoddisfatti dei loro prof: davanti a un pc la metà stenta

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  • GUERINI

Gli studenti gli darebbero un 6 risicato: sono le valutazioni nei confronti dei loro docenti messi di fronte alle nuove tecnologie in ambito didattico. Il dato è emerso dal sondaggio Ipsos, commissionato dal Pd e presentato il 25 maggio in occasione della conferenza nazionale per la scuola sui nativi digitali “Un nuovo alfabeto per l’Italia”, svolta nel Tempietto di Adriano a Roma, a due passi dal Parlamento.
Dal sondaggio è risultato che gli stessi docenti (ormai il 99% ha un computer personale e due su tre ammettono di utilizzare i “social network”) si reputano molto più competenti di quello che gli allievi pensano di loro: il 93% dei prof si definisce infatti “molto o abbastanza abile” se messo davanti a pc, tastiera e mouse. Peccato che gli alunni, che hanno sicuramente maggiori competenze in materia, reputano che solo 57% sarebbe promosso se messo davanti ad una verifica Ecdl. Se poi si va a sentire la parte genitoriale, la sufficienza stiracchiata si trasforma in un “votaccio”: solo il 41% degli insegnanti dei loro figli sarebbe un buon prof di informatica, internet e dintorni.
Una conferma della non eccelsa dimestichezza degli insegnanti italiani con le nuove tecnologia arriva dalla domanda, posta nel corso del sondaggio, sull’utilità dei libri misti: quasi due docenti su tre (il 63%) dice candidamente “non so”. E appena il 37% ne fa uso coi ragazzi in classe. Malgrado gli sforzi e le circolari ministeriali pro versioni digitali, i prof italiani continuano ad essere fortemente legati al libro cartaceo. 
Va meglio sul fronte delle comunicazioni on line via internet: solo un docente ogni tre non ne fa uso per comunicare coi colleghi. Anche in questo caso, comunque, ci sono dei limiti: riguardano il dialogo interattivo con le famiglie, visto che appena il 20% ne fa un uso abituale.
Solo su un punto sembra esserci unanimità: il 97% degli studenti e dei docenti intervistati ha dichiarato che l’uso delle nuove tecnologie rende la lezione più divertente. Un concetto, quest’ultimo, che è stato sviscerato da Marc Prensky, il guru statunitense che nel 2001 ha coniato il termine “nativi digitali”:durante la sua lectio magistralis, ha ricordato che oggi il compito più importante di un docente è quello di “coinvolgere le passioni dei loro studenti”. Dare regole e basta è un metodo superato, che paga solo sul breve periodo. Il risultato del coinvolgimento emotivo si può naturalmente raggiungere attraverso “l’uso di comunità virtuali, l’abilità di realizzare video e operare con i computer. Solo se un insegnante riesce in questo, ad adattare il suo modo di trasmettere informazioni al contesto che evolve, potrà avere successo nel futuro anche portando con sé – ha concluso Marc Prensky – modalità formative del passato”.
Ma secondo il professor Paolo Ferri, docente di Teoria e tecnica dei Nuovi media all’Università Bicocca di Milano, per dare il là a certi voli pindarici occorre prima aver messo nelle condizioni tutti gli studenti di usufruire stabilmente delle nuove tecnologie. Rete internet comprese. Ovviamente non in un solo laboratorio dell’istituto, ma anche durante l’apprendimento in classe. Solo che in Italia siamo ancora lontani da questo risultato (soprattutto nella primaria ed in alcune aree del paese). Indicativo, in tal senso, il fatto che quasi il 70% dei docenti intervistati abbia detto a Ipsos che “Sulle nuove tecnologie a scuola si sentono tanti buoni propositi, ma mancano i fondi e si realizzerà poco o nulla”. E finché le cose stanno così è inutile fare proclami. Meglio rimane coi piedi per terra. E il libro in mano.