Non occorre litigare per affermare le proprie idee, anzi, sostenerle con argomenti coerenti e solidi potrebbe essere un modo per fare didattica a scuola, promuovendo la riflessione critica, l’ascolto e la comunicazione attiva.
Come accade con le “Romanae disputationes”, nel corso delle quali i ragazzi si confrontano su un argomento stabilito, attraverso regole e idee che animano appunto il debate, e partendo dal concetto base che l’obiettivo didattico non è quello di vincere una competizione a squadre, ma quello di imparare a crescere assieme.
E, secondo quanto riporta Vivere.it, sarebbero molte le scuole che praticano questa metodologia, il cosiddetto debate formativo, grazie al quale i ragazzi, soprattutto nell’età adolescenziale, che hanno una difficoltà comunicativa, riescono a interrompere il blocco comunicativo e, allo stesso tempo, acquisiscono regole ferme su come si dibatte con un’altra persona attraverso una comunicazione attiva.
I ragazzi, viene sottolineato, spesso faticano a esporre il proprio pensiero, cosicchè il debate li aiuta a metterlo a fuoco, contribuendo alla costruzione di un’opinione critica, che può nascere senza dover per forza di cosa prevaricare l’altro.
E in alcune scuole, dove questa pratica fa parte ormai della sua connotazione didattica ed educativa, il debate viene applicato in tutte le materie e su una pluralità di temi, anche legati a materie come la tecnologia, la geografia, la musica o l’arte.
Ma anche le lingue straniere, con l’intervento di docenti di madre lingua ma anche invitando studenti stranieri, mentre nei dibattiti si parla di tutto: di cittadinanza, di crescita sociale e civile, di sostenibilità. Motivazioni insomma per usare la lingua e secondo il principio: io imparo se ho un obiettivo
Semplice la metodologia, basata sulla trasversalità, per cui tutti partecipano, affidando loro una mozione, per cui possono avere anche un mese per prepararsi, sapendo così già se saranno pro o contro, un certo argomento, quindi devono preparare entrambe le “parti”.
Si tratta allora di non andare l’uno contro l’altro, quanto di andare contro i propri pregiudizi, i propri schemi e i propri bias cognitivi.
Dice l’ideatore delle Romanae disputationes, di cui la metodologia didattica del debate ha molti punti di contatto: c’è un prologo di due minuti, nel corso del quale “si devono definire i termini e chiarire la rilevanza del problema in questione, presentando anche la strategia argomentativa della squadra.
“La seconda fase dura quattro minuti e prevede di fornire dati, argomenti, ragionamenti, statistiche, citare auctoritas. In seguito c’è la parte di dialogo in cui uno dei disputatori cerca di mettere sotto scatto l’altro attraverso la brachilogia socratica, a quel botta e risposta che deve mostrare le debolezze nell’argomentazione dell’avversario.
“Nella quarta parte c’è un esame critico, in cui si dimostrano le vaghezze, le debolezze, le parzialità delle teorie messe in campo. In risposta, c’è la difesa dall’esame critico, un tentativo di riabilitare la propria argomentazione Nell’epilogo, si riassume il senso della disputa e la propria argomentazione principale.
“L’ultima fase – quella che caratterizza il protocollo – si chiama riconoscimento. Una squadra deve riconoscere ciò che di vero, di buono e di valido è stato affermato dagli avversari. Come diciamo ai ragazzi, la verità non la possiede nessuno, ma intersoggettivamente possiamo avvicinarci un passo alla volta, scavando sui propri preconcetti, sulle premesse nascoste di ogni discorso”.