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Il figlio non vuole studiare? I genitori non sono responsabili

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Il figlio minorenne non vuole andare a scuola? Niente da preoccuparsi per mamma e papà: i genitori non sono responsabili. Fa discutere la sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione che ha assolto una coppia di Reggio Emilia, la cui figlia non ne voleva proprio sapere di frequentare le scuole medie.
I coniugi erano stati giudicati colpevoli tempo addietro da un Giudice di Pace emiliano, rei di “avere, senza giustificato motivo, omesso di fare impartire alla figlia l’istruzione della scuola media”. Ma la Cassazione ha accolto il ricorso dei due genitori che non sono affatto responsabili del comportamento svogliato della quindicenne che si rifiuta in modo “categorico, assoluto, cosciente e volontario” di frequentare la scuola.
Nonostante che la madre e il padre abbiano provato in tutte le maniere possibili e immaginabili, “secondo il proprio livello socio economico e culturale”, a farla recedere dalla sua decisione (anche con continue minacce), la ragazza si è sempre opposta al volere familiare. E così, alla fine, la giustizia ha riconosciuto la ragione delle proprie posizioni tanto ai genitori, quanto alla figlia. I genitori della giovane, quindi, non sono condannabili se la figlia non vuole metter piede in classe.
Ovvio lo scatenarsi delle polemiche. Ad esempio, per il Codacons, Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell’Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori, quella della Cassazione è una sentenza “assurda che legittima irragionevolmente l’evasione scolastica”. E l’associazione consumatori forse non ha certo tutti i torti. Si perde indirettamente il ruolo della famiglia come primaria agenzia educativa del fanciullo e del ragazzo. Perché se prima erano i genitori a dovere indirizzare i figli sulla giusta strada da percorrere, ora con la decisione della Corte Suprema, le madri e i padri non sono più i diretti responsabili di un non corretto comportamento svogliato della prole.

La sentenza della Cassazione quindi, come ha aggiunto il presidente Carlo Rienzi, potrà costituire “un alibi per quei genitori che preferiscono mandare i propri figli a lavorare sin da bambini, e metterà l’anima in pace alla società adulta incurante del problema dell’istruzione dei minori”. E chissà un giorno quanti “baby-camerieri” si vedranno lavorare nei bar o nei ristoranti, sfruttati anche a causa della loro mancata istruzione.