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25.05.2026
Aggiornato alle 15:10

“Storie di trine e di filet”, nel romanzo di Zammataro le vite di cinque donne che raccontano il femminile lungo i secoli

C’è Maria, la maltese innamorata che per seguire il suo cuore si trasferisce a Riposto, e per questo viene “cancellata dall’appartenenza alla famiglia”. C’è Antonina, la matriarca forte che mette al centro gli affetti, ma che a causa della fame vede “partire i figli per l’America”. C’è Candida, la grand-mère maternelle che dopo una vita di lavoro e sacrifici affronta la perdita della piccola Nina, “che le toglieva il respiro e le opprimeva il cuore”. C’è Gemma, la mademoiselle dolce educata al rispetto del marito ma che legge Una donna di Sibilla Aleramo, e resta ammirata dal suo “carattere fiero e combattivo”. E c’è Rita, la mamma idealista che vota per la prima volta il 2 giugno 1946 e prova l’orgoglio di contribuire “alla nascita del nuovo corso giuridico sulla parità tra uomo e donna“.

Sono le cinque figure femminili al centro di “Storie di trine e di filet”, l’ultimo romanzo Rosaria Anna Rita Zammataro, edito da Albatros e inserito nella collana Nuove Voci, con la prefazione di Barbara Alberti. Una cavalcata di oltre 120 anni nella storia di famiglia, fortemente ancorata ai documenti – si intuisce una notevole ricerca bibliografica – senza rinunciare a un pizzico di fantasia. Le vite di Maria, Antonina, Candida, Gemma e Rita si susseguono nel periodo denso di cambiamenti che va dal 1830 al 1951, dalla fine del Regno delle Due Sicilie alla costituzione dell’Unità d’Italia, fino alle due guerre mondiali con il loro carico di dolore e di devastazione. Passaggi cruciali nella storia della nazione, che hanno lasciato segni indelebili in tante famiglie, e quindi, in modo carsico, nella vita di ciascuno di noi.

Di particolare importanza, nel romanzo, è la riflessione sulla condizione della donna negli ultimi due secoli, alla quale ciascuna delle protagoniste offre un contributo. Come ricorda l’autrice nell’introduzione, il femminile qui raccontato “ha sfumature di modernità nel vivere sentimenti d’amore e sogni di libertà ma, nello stesso tempo, è fortemente intessuto di dolce amorevolezza“. Una tenerezza che si rivolge “verso i propri uomini e la propria famiglia”, e rappresenta senza dubbio “la cifra sentimentale più diffusa di quei tempi”. Ma che non deve far dimenticare la resilienza di fronte alle vicissitudini della vita (guerre, trasferimenti, lutti familiari) grazie alla quale queste donne “rialzano sempre il capo, per regalare a chi sta loro vicino un sorriso, una speranza, un abbraccio d’amore“.

Un’eredità preziosa da raccogliere, prosegue l’autrice, “per fortificare quel sottile ma importante filo che unisce il passato al futuro, e tramandare, attraverso la scrittura, immagini ed esperienze esistenziali al femminile che, pure nella loro semplicità, diano l’idea di quanta forza abbiano le donne nell’affrontare le situazioni più difficili”. Zammataro, già docente di materie letterarie e dirigente scolastica, con scrittura asciutta e al contempo straordinariamente evocativa (già apprezzata nei precedenti “Il diritto di essere bambino” del 2009 e “Ora che mi sento mamma” del 2011) compone un affresco mirabile sulla propria storia familiare e sulla condizione femminile a tutto campo, ben sintetizzato dai versi del poeta simbolista belga Émile Verhaeren che aprono il libro: “Coloro che vivono d’amore vivono d’eterno”.

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