Home Personale Impronte digitali per presidi e non per docenti, Giannelli (Anp): 100 milioni...

Impronte digitali per presidi e non per docenti, Giannelli (Anp): 100 milioni di euro tolti alle scuole [INTERVISTA]

CONDIVIDI

Sull’introduzione delle impronte digitali e dei dati biometrici nelle scuole, continua il braccio di ferro tra il Governo e i dirigenti scolastici: dopo il via libera della Commissione Lavoro del Senato al provvedimento e la prospettiva di imminente approdo in Aula del decreto Concretezza per il via libera definitivo, abbiamo intervistato Antonello Giannelli, presidente nazionale Anp, il più grande sindacato dei dirigenti scolastici in Italia.

Giannelli, le vostre proteste non hanno avuto effetto: anche le Commissioni di Palazzo Madama hanno espresso parere favorevole all’obbligo delle impronte digitali di tutti i dirigenti dello Stato. Ma perché vi opponete alla trasparenza?

Le cose non stanno così: la trasparenza fa bene a tutti, però si deve trattare di vera trasparenza. Mentre con questa norma ci si limita a soddisfare la mera curiosità.

ICOTEA_19_dentro articolo

Avete idea di quanto possa costare all’erario questa disposizione?

Almeno 100 milioni di euro: soldi, tra l’altro, che con altissima probabilità verranno presi dai fondi dei singoli istituti, andando in questo modo a sottrarre risorse già oggi poco floride, che servono invece per assicurare alle scuole materiali di prima necessità, come la carta igienica, la cancelleria, i toner e le attrezzature.

Voi chiedete che il provvedimento venga cancellato solo per i presidi o per tutti i dirigenti pubblici?

La cancellazione deve valere per tutti coloro che rientrano nella dirigenza: è una norma che non ha alcun senso, in quanto si tratta di misura sproporzionata rispetto agli scopi.

Perché? Non pensa che sia importante registrare la presenza di un dipendente sul luogo di lavoro?

Si vuole introdurre una regola con un carattere che fa “colore”, non ha alcun fondamento giuridico e non è utile. I dirigenti scolastici non hanno poi l’orario di lavoro: devono, piuttosto, essere valutati per i risultati e non per le volte che sono presenti in ufficio.

Però, ci sarà pure un modo per renderli più efficienti?

Sicuramente: per migliorare le cose si devono responsabilizzare, non certo svilirne la funzione, trattandoli come assenteisti generalizzati.

Cosa dice la normativa su questo tema?

Se ci rifacciamo al regolamento europeo sulla privacy, l’installazione dei dati di tipo biometrico è consentita solo per particolari e accertate ragioni. Le quali, non possono essere di certo quelle di scovare l’uno per mille di “furbetti”.

Quindi si è andati oltre?

Certamente. Quella di assumere dei dati una volta si chiamava “schedatura”, ora si chiama rilevazione dei dati biometrici. Ma il concetto è lo stesso.

Eppure ci sono dei contesti di lavoro dove i dispositivi si adottano. E non ci sono proteste.

Per chi lavora in luoghi che trattano dati di massima sicurezza ha un senso. Mentre nella scuola serve a confermare solo l’ovvio, però portando la categoria ad una demotivazione generalizzata.

In che senso?

Con quale spirito si recheranno al lavoro i dirigenti schedati come “furbetti”? Fermo restando che siamo i primi a dire che ovviamente i lavoratori disonesti vanno individuati e licenziati, può essere questa la strada per arrivarci?

Cosa proponete?

Se si vuole fare davvero la lotta ai “furbetti”, si dia allora la possibilità al dirigente di licenziarli. Fornendo loro gli strumenti utili.

Così da controllati passereste a fare i controllori?

È un punto vitale, sembra una sciocchezza, ma in realtà i dirigenti scolastici sono equiparati ai datori di lavoro. Sono loro che devono sapere se i lavoratori della scuola sono presenti, prima di tutto, per affrontare eventuali emergenze. Ecco perché all’arrivo nell’istituto tutti firmano la presenza. Invece, ora avviene il contrario: si rileva la presenza automatica. Ma non quella dei docenti. È assurdo.

E il dirigente in questo modo chi lo controlla?

Contano i risultati, non le presenze. Invece allo Stato interessa più che si arrivi sul luogo di lavoro, piuttosto che quel che si fa.

La ministra per la PA, Giulia Bongiorno, dice che i presidi fanno parte della categoria di dirigenti pubblici contrattualizzati e quindi non c’è da scandalizzarsi. Cosa dice?

È vero, siamo dipendenti come gli altri, ma alla base c’è un rapporto di fiducia con l’amministrazione. È questa la ragione per cui i dirigenti possono essere licenziati più facilmente. Nella scuola diventa ancora più grave, perchè distrugge il senso di gerarchia e autorevolezza che deve esserci in qualsiasi posto di lavoro. Con il preside a controllare che tutto proceda per il meglio.

Sembra che l’approvazione della norma sia sempre più probabile: cosa pensate di fare?

Valuteremo tutti i profili giuridici del caso. Riteniamo, a priori, che ci siano tutti i profili di incostituzionalità. E ci sono dei precedenti a nostro favore.

Quali precedenti?

C’è quello sul decreto di potenziamento della trasparenza sullo stato patrimoniale dei dirigenti, che non è il reddito ma la dichiarazione di possedimento di tutti i bene, già in vigore per i politici: la Corte Costituzionale si è di recente espressa, con la sentenza n. 20 del 2019, dichiarando l’incostituzionalità della norma, il decreto legislativo 97/2016 (Foia), che anche in questo caso è andata oltre il concetto della trasparenza e della diffusione delle informazioni.