L’economista Andrea Ichino, docente presso l’European University Institute e l’Università di Bologna, scrive oggi un editoriale per il Corriere della sera intitolato Chi non cavalca l’IA resta indietro. Il mondo reale non può fare a meno dell’intelligenza artificiale, la scuola si adegui.
Il titolo, piuttosto rozzo e tranchant, non rende sino in fondo il senso della proposta di Ichino. Proposta che è frutto dell’applicazione di una ricerca, effettuata da lui stesso effettuata con Aldo Rustichini e Giulio Zanelli, intitolata “Università, capacità cognitive e svantaggio socioeconomico: lezioni politiche dal Regno Unito nel periodo 1960-2004” e in fase di pubblicazione su The Review of Economic Studies – 2025
In estrema sintesi lo studio sostiene che le tecnologie digitali “hanno aiutato maggiormente le persone meno intelligenti, sia tra quelle laureate sia nel gruppo di quelle con livelli di istruzione inferiori. Per esempio, la memoria e la capacità di calcolare rapidamente sono ingredienti essenziali di qualsiasi test cognitivo, ma è evidente che Internet e i computer abbiano reso queste capacità meno essenziali per la nostra produttività”.
Seppure la rivoluzione dell’IA sia decisamente diversa, e più rapida, rispetto alla rivoluzione internet, la domanda posta da Ichino è cruciale: “l’IA potrebbe ancora una volta ridurre le distanze, rendendo più produttivi i meno intelligenti; oppure, al contrario, accentuare i divari generati dalle differenze di capacità cognitiva. I pochi studi disponibili che abbiano indagato questa domanda trovano evidenza discordante: da un lato, ChatGPT e altri assistenti digitali sembrano aiutare di più i lavoratori meno dotati sul piano cognitivo; dall’altro, l’uso acritico dell’IA può ridurre la concentrazione e la capacità di pensare autonomamente, portando a un livellamento verso il basso delle differenze”
La domanda non riguarda però solo la scuola quanto anche il mondo del lavoro e quindi la connessione sta scuola e mondo del lavoro.
Se non esistono ancora studi significativi su questo tema è necessario, sostiene Ichino, fare ricerca e sperimentare direttamente a scuola per “valutare se gli «assistenti digitali» mitigano le disuguaglianze Sicuramente aiutano chi gli dedica tempo, ma chi li usa con leggerezza può peggiorare le proprie prestazioni. La domanda non è rilevante solo per il mondo del lavoro, ma anche, forse soprattutto, per quello dell’istruzione. Gli insegnanti devono decidere se consentire agli studenti di usare l’IA nei compiti e negli esami. Vietarla del tutto può apparire la scelta migliore, ma rischia di creare un sistema di valutazione scollegato dal mondo reale, dove invece le imprese premiano chi sa collaborare bene con l’IA, non chi è incapace di farlo”.
La proposta di Ichino è quella di effettuare osservazione ed esperimenti controllati proprio a scuola, utilizzando ad esempio il confronto tra alcune classi che non hanno accesso all’Ia e classi che invece ne hanno accesso durante compiti e prove della stessa durata temporale.
“Solo con esperimenti adeguati – sostiene Ichino – potremo scoprire se l’IA è un riduttore delle disuguaglianze cognitive o un amplificatore che le esaspera. Immaginare questi esperimenti è relativamente facile; metterli in pratica lo è molto meno”.
Le scuole e le università, dice Ichino, potrebbero esitare a mettere gli studenti di fronte a queste ricerche sperimentali. Eppure, continua, è “urgente poter decidere sulla base dell’evidenza prodotta da esperimenti di questo tipo. Perché mentre la scuola discute se vietarla o meno, il mondo del lavoro ha già deciso: con l’IA si è già cominciato a lavorare e a essere valutati”.
La proposta di Ichino si presta a molti dibattiti ma certamente coglie il segno quando chiede che sull’IA si evitino prese di posizione ideologiche e senza alcuna fase scientifica. E le basi scientifiche derivano da studi ed esperimenti effettuati seguendo metodologie raffinate e non causali.
Cosa che non dovrebbe essere evitata quanto piuttosto rivendicata dalla scuola che, come è noto, non ha solo autonomia didattica ma anche di ricerca (dpr 275/99, art. 6: “autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo”).
La stessa sperimentazione promossa dal MIM sull’uso dell’IA a scuola e che coinvolge 15 scuole italiane va nella stessa direzione. Anche se forse 15 scuole/classi sono davvero un campione eccessivamente ridotto e ad oggi il disegno della ricerca non è ancora chiaro e pubblico.