Mentre l’estate avanza e le aule dei corsi di recupero si trasformano in veri e propri gironi infernali, nei corridoi di molti istituti italiani si aggira uno spettro. Non è il fantasma di qualche filosofo del passato, ma l’ombra della gestione dei fondi PNRR. Miliardi di euro piovuti dall’Europa con un obiettivo nobile: modernizzare la scuola.
Ma la domanda che sorge spontanea guardandosi attorno è: modernizzarla rispetto a cosa? Se oggi si facesse un tour nei magazzini di tantissime scuole d’Italia, sembrerebbe di stare nel deposito di un museo distopico. Ci si ritrova l’eredità dei banchi a rotelle della stagione Covid, tristemente accatastati a prendere polvere, e accanto a loro i nuovi acquisti dell’era “Scuola 4.0”: serre avveniristiche trasformate in costosissimi depositi per le sedie d’avanzo o macchinari high-tech per coltivare le lattughine idroponiche in contesti in cui la priorità didattica sarebbe ben altra.
A completare questo quadro surreale c’è una pioggia di puff colorati che fa tanto “startup della Silicon Valley”, ma che si scontra brutalmente con la realtà logistica quotidiana.
Il paradosso non risiede nelle scelte dei singoli dirigenti scolastici – spesso stretti nella morsa di bandi ministeriali rigidissimi e scadenze kafkiane – ma in una clamorosa disconnessione centrale tra i bisogni reali delle strutture e i cataloghi degli acquisti approvati.
I decreti PNRR hanno blindato le risorse: si possono comprare intelligenze artificiali, visori per la realtà virtuale e stampanti 3D, ma non si possono spendere quegli stessi fondi per delle banalissime tende o per impianti di climatizzazione, che restano in capo agli enti locali. Il risultato è che durante i corsi di recupero di giugno e luglio le classi diventano vere e proprie serre umane. Il sole batte indisturbato sulle finestre e si muore di caldo. Ci si interroga tanto sul futuro della didattica, dimenticando che per insegnare e apprendere servono prima di tutto condizioni minime di vivibilità. A cosa serve un ambiente virtuale se lo studente sta svenendo sulla sedia per i trentotto gradi in aula?
Il PNRR doveva essere l’occasione del secolo per sanare l’edilizia scolastica, per rendere le aule fresche d’estate, calde d’inverno e strutturalmente sicure. Si è trasformato, purtroppo, in un grande centro commerciale in cui i dirigenti e i docenti sono stati costretti a spendere fondi in tempi record, spesso vincolati a comprare solo “tecnologia” o “arredi innovativi” da elenchi predefiniti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo una scuola “innovativa” sulla carta, ma incapace di garantire il benessere termico e logistico quotidiano. Forse, prima di insegnare alle macchine come far crescere la lattuga, dovremmo imparare come si progetta una scuola a misura di studente.
Arianna Ragusa