Non mancano (anche d’estate) le idee del Ministero dell’Istruzione e del merito per migliorare l’integrazione degli alunni ‘stranieri’ nelle scuole (e nella società). Non tutte le proposte, in realtà, meritano, a mio modesto avviso, di essere prese in considerazione; qualcuna, però, se concretizzata, potrebbe portare a risultati positivi.
Ci riferiamo all’ipotesi di “porre un tetto agli alunni stranieri per classe, per evitare la formazione di classi ‘ghetto’” e alla necessità (obiettivo non facile) che il ragazzo ‘straniero’ che viene in Italia debba aderire ad un determinato sistema di regole e valori condivisi e arrivi a conoscere la nostra identità e la civiltà che abbiamo espresso nei secoli.
Proprio per questo il Ministero ha previsto (almeno a parole) l’inserimento, nelle scuole, di un corposo contingente di docenti di italiano destinati a supportare gli studenti stranieri neo-arrivati (coinvolgendo anche le loro famiglie) per favorirne l’integrazione nelle classi ed evitare la dispersione scolastica. Idee e iniziative sostanzialmente valide.
Il problema (e opportunità) dell’integrazione degli ‘alunni stranieri’, forse, potrebbe essere meglio gestita cambiando il ‘paradigma’ su cui attualmente si regge.
Due sono i modelli fondamentali di inserimento, in Europa, di alunni ‘stranieri’.
Esiste poi un modello misto/flessibile: inserimento formale nella classe anagrafica e, fuori dalla classe, somministrazione di forti dosi di ‘grammatica’ e ‘lingua’ del Paese ospitante.
Quanto più il ragazzo imparerà la nuova lingua, tanto più potrà rimanere nella sua classe e magari poi, se l’apprendimento avrà dato buoni risultati (non è facile), resterà in quella classe e passerà, l’anno successivo, al livello superiore (dalla prima alla seconda o dalla seconda alla terza e così via). Oppure, se gli esiti non saranno adeguati, ripeterà l’anno.
In alcuni Stati il criterio per assegnare un allievo ‘straniero’ ad una classe passa attraverso dei ‘test’ linguistici volti ad accertare il grado di conoscenza della lingua di quel Paese. Il modello misto/flessibile presenta varie modalità di attuazione e varia a seconda degli Stati.
L’Italia, comunque, ha sostanzialmente optato per il primo modello. Con quali risultati? Come al solito i pareri variano ma, in realtà, non ritengo che la ‘strategia’ da noi adottata sia la migliore né che abbia portato, in generale, a risultati eccellenti. Non è un sentito dire, è esperienza personale.
Un ragazzo straniero di 12 o 13 o 15 anni appena arrivato in Italia, senza conoscere (o con minima conoscenza) la lingua italiana, come può essere inserito subito nella classe corrispondente alla sua età anagrafica (medie o superiori) nella convinzione (opinabile) che in poco tempo impari ‘miracolosamente’ la lingua e riesca a seguire le lezioni quasi come gli altri alunni? Non c’è troppa logica né buon senso.
Certo, per aiutarlo nell’improba impresa vi sono gli insegnanti di sostegno (in genere poche ore e docenti non specializzati), sono previsti corsi pomeridiani di L2, di italiano, che spesso vengono svolti solo teoricamente o si riducono ad una manciata di ore (e non è detto che l’allievo ‘N.A.I.’ vi prenda parte) e, infine, viene preparato un ‘piano didattico personalizzato’ (che, per forza di cose, presenta un livello elementare).
Tutto ciò rientra nel concetto di ‘inclusione’ (parola magica e risolutiva per alcuni), secondo la quale misure compensative e dispensative, la collaborazione e l’aiuto dei compagni e un graduale inserimento dell’allievo straniero nell’“ambiente italiano” (anche se, spesso, in famiglia continua a parlare la sua lingua), gli consentirebbe, senza bocciature, di arrivare, seppur con difficoltà, a raggiungere la ‘maturità’ (anche senza conoscere troppo bene l’italiano e altre materie), una ‘maturità’ ovviamente facilitata (ritagliata, come è giusto che sia, su quanto fatto negli anni precedenti).
Se si vuole mantenere questo modello integrativo (età-classe corrispondente) bisogna, però, mettere in conto anche tempi più lunghi (quindi una o due bocciature, non punitive ma rafforzative) per l’allievo non italiano (ma bocciare è sempre difficile e a volte anche ‘pericoloso’).
Invero, non so quanto possa giovare all’allievo ‘straniero’ e alla nostra comunità questo modo di gestire scolasticamente il problema (e la grande risorsa) dei giovani immigrati.
Personalmente, il modello di inserimento degli alunni non italofoni scelto dall’Italia mi lascia perplesso. Preferirei un’azione più decisa e chiara.
Il ragazzo ‘straniero’ (che non conosce la nostra lingua) studia, assiduamente, per circa un anno, solo l’italiano (insieme ad altri giovani ‘stranieri’ che si trovano nella sua stessa situazione). L’anno successivo sarà introdotto in una classe (che non deve essere, per forza, legata alla sua età; per decidere in quale classe inserirlo si dovrà vedere, semmai, il livello di conoscenza raggiunto nella lingua italiana).
Oppure si potrebbe ricorrere al modello ‘misto’ già prima indicato, scegliendo la modalità più adatta per il nostro Paese.
Non sono in realtà così ottimista e ritengo che l’Italia rimarrà fedele al primo modello (età anagrafica-classe corrispondente). Apprezziamo però (consoliamoci con questo) il fatto che il Ministero, anche se sempre con poche risorse, abbia focalizzato (più o meno bene) la situazione e si stia attivando (in modo efficace e risolutivo?) per risolverla, se e per quanto possa essere risolta.