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Pensioni, con le modifiche alla Fornero c’è chi perde anche 4 anni: addio Ape Social?

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La contro-riforma della Legge Fornero, targata M5S-Lega, potrebbe creare più di un mal di pancia. Sicuramente per l’applicazione diversa rispetto a come era stata prospettata in campagna elettorale.

Il rovescio della medaglia

Come già annunciato, in base a quanto trapela da chi ha visionato il dossier sul tema prodotto dal Governo che si sta andando a formare, sembra che le modifiche introducano la Quota 100 solo a partire dai 64 anni e la pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica prevista ora per i lavoratori precoci impegnati in attività gravose o per quelli e che pur contando su questo numero di anni di contributi ora sono disoccupati.

Inoltre, le modifiche potrebbero portare ad un’uscita più lontana nel tempo, diverse donne e coloro che hanno avuto lunghi periodi di disoccupazione e cassa integrazione. Insomma, per alcune categoria, si tratterebbe di un peggioramento della posizione.

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L’Ape Social potrebbe essere cancellata

A destare molte perplessità è anche l’addio all’Ape Social, che permette oggi ai lavoratori che svolgono 15 tipi di professioni particolarmente logoranti (ci sono anche le maestre d’infanzia) di lasciare il servizio 3 anni e sette mesi prima.

Pertanto, appare sempre più probabile che vi siano dei lavoratori pensionandi che verranno paradossalmente danneggiati dalle modifiche della Legge Fornero.

Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, pubblichiamo alcuni esempi prodotti dall’Ansa: riguardano proprio chi potrebbe guadagnarci o chi perderci nel 2019 rispetto alla situazione previdenziale oggi vigente.

Gli esempi dei lavoratori: chi perde, chi guadagna

  • IMPIEGATO PUBBLICO NATO NEL GENNAIO 1955 CHE LAVORA DALL’82: CI GUADAGNA, potrebbe andare in pensione nel gennaio 2019, a 64 anni con 37 anni di contributi. Con le regole attuali resterebbe invece al lavoro fino al 2022, uscendo dopo i 67 anni di età dato che dovrebbe esserci un nuovo scatto per l’aspettativa di vita.
  • DONNA ORA DISOCCUPATA NATA NEL GENNAIO 1956 CHE HA LAVORATO DAL 1985 al 2015: CI PERDE. Se l’Ape social continuasse, nel 2019 potrebbe chiedere a 63 anni e 5 mesi di avere il sussidio dato che è ha esaurito da oltre tre mesi la Naspi, è disoccupata e ha almeno 30 anni di contributi. Le madri, al momento, hanno poi un maggiore ‘sconto’ sui contributi per ogni figlio: un anno per figlio con un massimo di due anni. Con le nuove regole in arrivo, non avendo i contributi necessari alla quota 100 potrebbe dover aspettare – se non ci sarà una clausola di salvaguardia ad hoc – i 67 anni andando quindi nel 2023 (a questo andrà aggiunta la nuova aspettativa di vita nel 2021 e nel 2023).
  • LAVORATORE PRECOCE NATO ALL’INIZIO DEL 1960 CHE LAVORA DA 1978 CON LUNGHI PERIODI DI CASSA INTEGRAZIONE, impegnato in attività GRAVOSE. CI PERDE: Con le regole attuali uscirebbe nel 2019 con 41 anni e cinque mesi di contributi (l’anno prossimo scatta l’aumento di cinque mesi legato all’aspettativa di vita). Con le nuove regole dai 41 anni e mezzo di contributi necessari verrebbero esclusi alcuni anni di contributi figurativi previsti dalle regole sulla cassa integrazione e dovrebbe aspettare di avere 43 anni e tre mesi di contributi e uscire con la pensione anticipata.
  • LAVORATORE NATO NEL 1956 IMPIEGATO IN UNA GRANDE AZIENDA DAL 1978 SENZA AVER MAI AVUTO PERIODI DI CONTRIBUZIONE FIGURATIVA: CI GUADAGNA; con le nuove regole andrebbe in pensione nel 2019 con 41 anni e mezzo di contributi. Con le regole attuale dovrebbe aspettare di raggiungere almeno i 43 anni e tre mesi di contributi uscendo nel 2021 (e subendo probabilmente un nuovo aumento dell’aspettativa di vita).
  • PENSIONATO “D’ORO”: CI PERDE, MA NON E’ DETTO: se scattano i tagli alle pensioni superiori ai 5.000 euro netti (circa 8.500 euro lordi) per la parte del trattamento non legata ai contributi versati ci perde circa il 5-6% dell’assegno. Ma se in contemporanea viene introdotta la flat tax facendo parte della fascia reddituale più alta ci guadagna comunque con un vantaggio che potrebbe superare il 28% dell’importo netto attuale.

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