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Quando la continuità didattica è solo una parola vuota

​Per anni la continuità didattica è stata indicata come un obiettivo prioritario dalle linee guida ministeriali. Un docente che segue una classe lungo un percorso pluriennale non si limita a trasmettere contenuti, ma sviluppa una conoscenza approfondita degli stili di apprendimento, dei punti di forza e delle fragilità dei propri studenti.

​Tuttavia, tra gli orientamenti normativi e la realtà quotidiana delle istituzioni scolastiche si rileva una frattura evidente. L’eliminazione o la drastica riduzione delle cattedre di potenziamento e il rigido vincolo sull’orario interno stanno smantellando quei meccanismi di flessibilità che in passato garantivano la permanenza dei docenti nella medesima sede.

​Negli anni scorsi, la possibilità di configurare cattedre con un piccolo completamento su potenziamento o a disposizione (i classici schemi 17 ore di lezione + 1 ora di potenziamento, oppure 16+2) ha svolto una duplice funzione:

• ​Permetteva ai dirigenti scolastici di saturare l’orario d’obbligo (18 ore) all’interno dello stesso istituto, evitando di spezzare l’orario su più scuole.
• ​Permetteva ai docenti con spezzoni di classe di mantenere il proprio posto nella scuola, salvaguardando il legame didattico e pedagogico con le classi assegnate.

​Con il ridimensionamento di questa elasticità e l’applicazione sempre più rigida degli schemi orario tradizionali, l’equilibrio si è spezzato.

​La progressiva erosione dei posti dedicati al potenziamento — o la loro saturazione rigida per la sola copertura delle supplenze brevi — ha privato le scuole di una risorsa strategica. Senza la “quota” di potenziamento usata per integrare le cattedre incomplete, un numero sempre crescente di docenti è costretto a completare l’orario su due o tre sedi (Cattedre Orario Esterne – COE), spesso distanti tra loro, con un inevitabile dispendio di energie e un minore radicamento nei singoli istituti.

​Molti professori, inoltre, pur di non accettare cattedre discontinue o frammentate, si trovano costretti a presentare domanda di mobilità o vengono spinti verso la soprannumerarietà. Il risultato è un continuo turnover che azzera ogni pianificazione a lungo termine.

​Di conseguenza, gli studenti si trovano a cambiare riferimenti didattici da un anno all’altro, interrompendo percorsi formativi ed emotivi ben avviati.

​In definitiva, risolvere il problema della continuità didattica non richiede soltanto proclami di principio, ma strumenti di gestione dell’organico reali e flessibili. Ripensare la struttura delle cattedre, valorizzare realmente l’organico dell’autonomia e reinserire quote di flessibilità oraria (come i modelli 17+1) non significa concedere un privilegio ai docenti, bensì tutelare il diritto degli studenti a un percorso di studi stabile, coerente e di qualità. Senza un’inversione di rotta sul piano dell’architettura degli organici, la continuità didattica rischia di rimanere un principio teorico destinato a scontrarsi quotidianamente con la rigidità delle tabelle orari

Arianna Ragusa 

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