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Quei prof che lavorano in nero per non perdere punti: la Gilda dice basta

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La vicenda dei docenti precari che per non rimanere indietro nelle graduatorie di supplenza accettano, soprattutto al Sud, di lavorare in istituti privati con contratti al minimo o addirittura a titolo di gratuito era stata resa nota al grande pubblico circa un mese e mezzo fa. Esattamente l’8 febbraio scorso, su Raitre: era domenica sera e attraverso il servizio “La scuola tagliata” del programma “Presa diretta” milioni di cittadini hanno appreso una realtà ai più sconosciuta. Nel servizio, realizzato da Domenico Iannacone, emergeva come alcuni aspiranti insegnanti campani rimasti fuori dalle supplenze nelle scuole statali erano a disposti a pagare pure di tasca loro, lavorando quasi un anno, pur di avere in cambio dagli istituti privati parificati un certificato di servizio per incamerare i 12 punti da inserire nella graduatoria. Certo, per una parte di loro lo stipendio non sarebbe nemmeno stato meritato: basta dire che all’uscita dalle scuole paritarie gli studenti raccontavano, sempre nel servizio, che gli insegnanti non solo non segnano le assenze, ma anche che “i compiti in classe li facciamo con il libro davanti”.

L’Italia ha così incassato un’altra dura realtà. Ed il giorno dopo ha ripreso a vivere come al solito. A dire il vero qualcosa a livello politico si era mosso. Si tratta di un’interrogazione parlamentare rivolta dal capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, al Ministro Gelmini: il motivo era “sapere se è vero, come denunciato la trasmissione televisiva ‘Presa diretta’, che in Italia vi siano istituti privati e paritari che assumono insegnanti precari con stipendi irrisori o addirittura nulli, in cambio dei punteggi in graduatoria, e che, dietro un lauto compenso da parte delle famiglie – continuava il quesito – assicurino il rilascio del diploma in assenza di frequenza degli studenti e senza che gli stessi affrontino un regolare corso di studi e serie prove di verifica di quanto appreso via via durante l’anno scolastico”.
Per questi motivi il Pd invitava “il Ministro a disporre un’ispezione in tutta Italia al fine di debellare questi abusi che screditano la scuola, danneggiano e truffano le famiglie in palese violazione con il dettato costituzionale”.
Le premesse sembravano buone per la creazione di un fenomeno di protesta imperante. Invece sono passati 50 giorni senza più avere notizie o risposte sul tema. Così il 26 marzo si è mosso un sindacato: la Gilda degli insegnanti, che si è rivolta al Governo, tramite il ministro Gelmini i vertici dell’Inps, per mettere freno ad uno “scandalo – ha detto il coordinatore Di Meglio – che non è possibile tollerare”.
Il sindacato ha anche scritto una lettera al responsabile del Miur e al Direttore generale dell’Inps. Ma perché all’istituto nazionale di previdenza? Perché “l’Inps – ha risposto sempre il leader Gilda – , in collaborazione con il Miur, potrebbe fare una verifica incrociata e accertare se per i docenti che hanno lavorato negli istituti paritari risultano i versamenti dei contributo. In questo modo si potrebbero portare alla luce le situazioni irregolari e punire le scuole che speculano sulla precarietà”.
Malgrado le denunce anche ai docenti, la Gilda non se l’è sentita di dare delle colpe ai docenti: “non critichiamo gli insegnanti – avverte – perché sono vittime di un sistema malato che trae profitto dalla precarietà che investe tanti di loro”. Certo che però se avessero segnato le assenze degli studenti e fatto fare i compiti con i libri chiusi sarebbe stato meglio. Per loro, ma soprattutto per gli studenti: l’ultimo anello, debole ed indifeso, di un’assurda catena all’italiana che sarebbe proprio il caso di spezzare.