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Ritorno 26 aprile, per i ministri Gelmini e Speranza è doveroso: ora la “palla” passa alle scuole [IL PUNTO]

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Quasi tutte le scuole italiane si apprestano a riaprire con gli studenti di nuovo in presenza. Le esigenze sono note da tempo, ormai da quasi un anno: si tratta delle mascherine Ffp2, dei tamponi rapidi con monitoraggi periodici, dell’areazione automatica, di più trasporti per raggiungere gli istituti, oltre che di terminare il prima possibile le vaccinazione del personale. Al governo, però, sembra che le priorità siano ancora da decidere. Tanto da continuare ad organizzare riunioni con gli enti locali. E’ a loro che spetterà, infatti, predisporre le misure da adottare, ad iniziare dall’organizzazione dei trasporti. Subito dopo, già in settimana, la “palla” delle decisioni da prendere passerà ai dirigenti scolastici e agli organi collegiali delle scuole, cui spetterà stabilire regole e soprattutto eventuali orari di entrate-uscite scaglionate. Solo che i giorni al 26 aprile, sono ormai veramente pochi. E gli strumenti su cui agire, se si eccettuano circa 18 mila euro a scuola giunti dal Decreto Sostegni, non sono molto diversi rispetto al rientro generalizzato dello scorso settembre.

Gelmini: tornare in aula almeno un mese

“Per tutti gli aspetti della logistica in settimana ci sarà un tavolo con” il ministro “Giovannini, Bianchi e presidenti regionali”, ha detto il ministro degli Affari regionali e delle Autonomia Mariastella Gelmini al Caffè della Domenica su Radio24.

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“Ci vorrà il tracciamento per individuare in tempo eventuali contagi a scuola, ma il ritorno in classe almeno per un mese è un fatto doveroso”, ha sottolineato la titolare del dicastero degli Affari regionali.

Speranza: mandiamo fiducia ai giovani

Molti addetti ai lavori esprimono più di un dubbio. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, fino a pochi giorni fa era tra i più intransigenti verso le riaperture: dopo la conferenza di venerdì scorso del premier Mario Draghi ha però cambiato idea. Ed ora spiega perché anche lui è improvvisamente diventato pro-aperture.

Intervistato da Lucia Annunziata, durante Mezz’ora in più su Rai 3, ha detto che si riapre “la scuola perchè è l’architrave della nostra società per ripartire e dare un segnale di fiducia ai ragazzi. La scelta del governo è stata chiara e netta e vogliamo che il più altro numero di ragazzi possa essere in presenza”.

“Si tratta di un rischio ragionato, non folle, ma dobbiamo chiedere aiuto alle persone, soprattutto ora avremo ancora più bisogno di attenzione, mascherine, distanziamento, lavaggio mani”, ha esortato Speranza.

Miozzo: decisioni da prendere sul territorio

Agostino Miozzo, ex capo del Cts, oggi consigliere del ministro Patrizio Bianchi è dello stesso parere: sul Messaggero, Miozzo dice che è “giusto fare test a campione e lezioni all’aperto, turni solo dove serve, ma la riapertura delle scuole è un grande risultato”.

Miozzo dice che ci saranno “ingressi scaglionati e decisioni da assumere sul territorio. Nei ragazzi italiani “questo lungo periodo senza lezioni lascerà segni importanti”, perché “i neuropsichiatri infantili dicono di avere i reparti strapieni, i tentativi di suicidio e autolesionismo sono molti” e “questa generazione sta male”.

Rispetto al rischio contagi, Miozzo ammette che le scuole non ne sono esenti, “ma bisogna fare una distinzione tra l’interno e l’esterno della scuola. All’interno, certo, c’è una quota di rischio di contagio, ma ridotta dalle regole”, mentre “all’esterno restano i problemi dei trasporti e degli assembramenti. Sui quali, però, molto è stato fatto”.

Fedriga: sui trasporti c’è poco da fare

Non sembra dello stesso avviso il neo presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga: durante il programma “Mezz’ora in più” su Rai 3, ha detto che per quanto riguarda i trasporti pubblici, legati alla riapertura delle scuole in presenza, “c’è un limite fisiologico rappresentato dal numero insufficiente di bus”.

“Come Conferenza delle Regioni, insieme ad Upi ed Anci abbiamo chiesto un incontro al Governo per rivedere gli orari di entrata ed uscita dalle scuole”, ha detto ancora Fedriga.

Sindacati: la lista degli interventi è lunga

Ancora più perplessi si dicono i sindacati. “La decisione di tornare a lavorare in presenza, a partire dal 26 aprile, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, pur essendo un obiettivo condiviso, è stata assunta”, hanno scritto Flc-Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, si basano “su un calcolo di ‘rischio ragionato’ che non basta a dare tranquillità e garanzie al personale e agli alunni, le cui condizioni relativamente al distanziamento sono rimaste immutate, nonostante le varianti del virus”.

Per le sigle principali è “necessario – ed è bene che le autorità preposte, tutte, riflettano attentamente sul da farsi – che in questi giorni che ci separano dalla effettiva generale apertura del 26 aprile vengano messi in atto provvedimenti adeguati”.

Quello che chiedono è “un’efficace azione di tracciamento, potenziare i trasporti (che sono il luogo dove le persone che frequentano la scuola corrono i rischi maggiori di contagio) e, soprattutto, occorre consentire che le scuole – supportate dagli uffici scolastici regionali, e non più costrette a seguire le discutibili decisioni delle Regioni, fin qui dimostratesi ampiamente non all’altezza – possano auto organizzarsi circa gli orari di ingresso e di uscita, la durata delle lezioni  e quant’altro occorra per garantire il lavoro e le lezioni in sicurezza”.

Come serve “non appena esaurite le attuali priorità vaccinali stabilite dal Governo, riprendere subito e portare rapidamente a termine la vaccinazione del personale scolastico”.

Infine, i sindacati chiedono “di aggiornare i protocolli di sicurezza, peraltro mai puntualmente applicati, che sono fermi all’estate del 2020”.

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