Il docente e content creator Vincenzo Schettini è stato vittima di numerose critiche a causa delle sue dichiarazioni pronunciate nel corso della puntata di giovedì 22 gennaio del podcast The Bsmt di Gianluca Gazzoli.
Ecco le parole incriminate: “L’insegnamento cambierà molto. La scuola si fruirà anche online, fuori dalle quattro mura, molti insegnanti andranno in part-time e proporranno contenuti online, anche a pagamento. Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e perché la buona cultura no? Dobbiamo uscire dal cliché che la cultura debba essere sempre gratuita. Se un metodo è buono, è giusto che diventi un prodotto accessibile. Io stesso ho acquistato corsi di inglese online perché ho riconosciuto il valore del metodo”, ha aggiunto.
La giornalista Luisella Costamagna ha scritto su X: “Ci mancava il (grave) prof. Schettini su ‘istruzione a pagamento’ (?!?). La scuola – gratuita e aperta a tutti – è un diritto inalienabile sancito da ns Costituzione. Dovrebbe saperlo e soprattutto difenderlo. La ‘buona cultura’ non deve essere ‘roba da ricchi'”.
Ci mancava il (grave) prof. #Schettini su “istruzione a pagamento” (?!?). La scuola – gratuita e aperta a tutti – è un diritto inalienabile sancito da ns Costituzione. Dovrebbe saperlo e soprattutto difenderlo. La “buona cultura” non deve essere “roba da ricchi”. pic.twitter.com/RW8XtwPzue
— luisella costamagna (@luisellacost) February 14, 2026
Grazia Sambruna ha argomentato su Mow Mag: “Il ‘futuro’ della scuola italiana, prospettato da Schettini come uno scenario buono e giusto, di fatto darebbe la possibilità di accedere all’istruzione (diritto garantito dall’articolo 33 della nostra Costituzione) soltanto a chi potrà permettersi di pagare per studiare. Immaginate vostro figlio o nipote che a un certo punto si ritroverà bocciato perché non avete trovato i soldi per (tutte) le lezioni di Fisica online su Sciences Plus, in abbonamento Premium. Grazie al cielo non è così che funziona e non è nemmeno come ‘dovrebbe’ funzionare. L’istruzione, appunto, è un diritto non un ‘prodotto in vendita al supermercato’. E non importa il contesto in cui una raggelante boiata del genere venga pronunciata: alcuni, forse pochissimi punti cardine della nostra società non si possono mettere in dubbio. Perché farlo aprirebbe tante piccole vie che porterebbero, inevitabilmente, al privilegio come unico strumento di conoscenza. E quindi di potere”.
Il docente, nella serata di sabato 14 febbraio, ha pubblicato una replica a Costamagna: “Gentilissima Luisella, leggo con grande dispiacere questo suo post. Probabilmente le mie parole sono state travisate. Intanto la invito a guardare l’intera puntata del podcast, per rendersi conto della mia posizione sulla scuola. Certo, la scuola ‘è gratuita e aperta a tutti’ ma questo non significa che andare a scuola sia gratis. Infatti, la frase in sé lascia il tempo che trova: da che mondo e mondo per mandare i propri figli a scuola le famiglie investono soldi (si pensi ad esempio ai testi scolastici e ai materiali). Se poi si vuole supportare nel percorso scolastico il proprio figliuolo, si deve anche fare ricorso ad esempio alle lezioni private, in presenza oppure online, che si sa essere a pagamento. Ecco, quello che intendevo nel video che ha estrapolato solo in parte dal podcast é la possibilità da parte dei bravi docenti, quelli che credono nel proprio percorso, di utilizzare le possibilità che la rete sta dando per magari creare contenuti online di supporto allo studio, anche in questo caso, sia gratuiti che a pagamento. La rete é piena di insegnanti che fanno questo in tutto il mondo: io per primo ne ho fruito (come studente quarantenne) per la lingua inglese. Certamente, siccome ci tengo tanto a questo discorso, sono disponibile per un confronto, in modo che questa cosa possa essere anche più approfondita e chiarita”.
“Resto a Monopoli e insegno ancora due giorni a settimana, il lunedì e il martedì. Questo mi permette di conoscere la scuola dall’interno, con i suoi pregi e i suoi difetti. Voglio dimostrare ai giovani che oggi, nell’era della rete, si può lavorare da casa e connettersi con tutto il mondo senza dover necessariamente prendere la ‘valigia di cartone’ e andare via, come fece mia madre negli anni Sessanta per andare a insegnare a Como”, ha raccontato.
Ecco cosa ha detto sui suoi inizi: “Ho iniziato su Facebook intorno al 2013. In classe c’era distrazione e ho capito che potevo usare i social per far vedere la fisica, non i miei viaggi o la colazione. Chiesi a un ragazzo di riprendermi con il telefono in verticale. Vedendo la reazione in rete, ho capito che la scuola poteva cambiare grazie alla comunicazione”.
“A scuola sono di casa. I nuovi studenti all’inizio sono timidi, poi si abituano. A volte mi chiedono selfie o autografi per i parenti a fine lezione. Tuttavia, l’essere ‘friendly’ scompare durante le interrogazioni. In fisica bisogna essere rigorosi; se non usano il linguaggio scientifico corretto, mi arrabbio. La conoscenza è una cosa seria e un professore deve anche saper mettere in difficoltà, perché è attraverso l’errore e il senso di inadeguatezza che si impara a superare i propri limiti”, ha aggiunto.
Secondo Schettini la figura del professore oggi è svilita: “Spesso ci si chiede a cosa serva studiare, una domanda senza senso. Alcuni genitori entrano troppo nel merito del percorso scolastico anziché rispettare il professionista. Non si è investito abbastanza sugli insegnanti, né economicamente né in termini di fiducia. La scuola è in affanno. Inoltre, si è fatto l’errore di pensare che il digitale portasse innovazione, ma i veri innovatori sono i professori. Un docente entusiasta compie miracoli anche solo con un pezzo di gesso. Abbiamo riempito le classi di schermi, ma abbiamo trascurato il fatto che a quattordici anni si è ancora bambini e lo smartphone può essere una distrazione terribile”.
E, sul divieto dei cellulari a scuola? “Sono stato uno dei primi a dire ‘meno male’. Vedo che le cose vanno meglio. Prima i ragazzi erano ‘drogati’ di cellulare; anche durante l’intervallo stavano sempre sui tablet o a mandare vocali. La scuola serve ad allenarsi a risolvere situazioni difficili e ad abituarsi anche all’insegnante più noioso, restando concentrati. Senza telefoni, i ragazzi si guardano di più negli occhi. La regola dice che devono essere spenti dall’ingresso all’uscita. Qualcuno cerca di fare il furbo mettendo un telefono vecchio nella cassetta e tenendo quello buono nello zaino, ma in generale la limitazione sta funzionando”.
E, sull’Intelligenza Artificiale applicata allo studio? “Mi preoccupa molto per i ragazzi. Sentire di studenti che chiedono a ChatGPT di scrivere un tema inserendo gli errori tipici di un quattordicenne per non farsi scoprire è inquietante. Gli studi dicono che otto studenti su dieci usano l’IA per i compiti perché ne hanno troppi. Ma facendo così non allenano il cervello. La resa dei conti arriva quando ti ritrovi all’università o a un colloquio di lavoro e non sai scrivere una mail o parlare. Io cerco di controllarli durante i compiti in classe, guardandoli con attenzione. Si capisce subito se una definizione è copiata da un’enciclopedia digitale perché non ha il loro linguaggio”.
Infine, ecco cosa pensa del dibattito sul togliere i voti a scuola: “Penso sia un errore gravissimo. Ho fatto un video diventato virale in cui dicevo che ‘i voti non contano’, nel senso che un brutto voto non definisce la persona, ma è solo il frutto di un processo temporaneo. Tuttavia, il voto deve esserci. È la misura del lavoro fatto. Nella vita verremo sempre valutati, non con i numeri ma con giudizi e opportunità negate. La scuola è una palestra di vita: devi imparare a gestire la gioia di un otto e la mortificazione di un quattro. Io tornai a casa distrutto per un 4 e mezzo in matematica, e mia madre mi disse di chiudermi in camera a studiare, non andò a contestare la professoressa”.