Nelle scuole superiori della provincia di Vicenza il calendario scolastico è diventato un campo di battaglia. Mentre alcuni istituti abbandonano le lezioni del sabato, altri resistono. Sullo sfondo, un sistema di trasporti pubblici che condizionerebbe le scelte didattiche.
Come riportato dal Giornale di Vicenza, a sollevare il caso sono stati due rappresentanti del mondo civico vicentino, che hanno chiesto alla prefettura di fare luce su possibili condizionamenti esterni nelle delibere degli istituti scolastici. Il sospetto è che la scelta della settimana corta, in alcuni casi, non sia nata da una libera valutazione pedagogica, ma sia stata indirizzata dall’alto, dalla Provincia o dall’azienda di trasporto locale.
La dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale respinge ogni ipotesi di interferenza e riconduce tutto alla sede naturale della decisione: il consiglio di istituto. Si tratta di un organo collegiale che comprende docenti, genitori e studenti, e le cui delibere – ricorda – vanno rispettate anche quando non raccolgono il consenso unanime. “C’è stata discussione, ma alla fine hanno deliberato in autonomia”, ha dichiarato.
Quello dei trasporti pubblici dovrebbe essere il problema centrale. Se le corse non ci sono, gli studenti non possono andare a scuola.
La dirigente dell’Usr ha chiesto formalmente, al tavolo con prefettura e Provincia, un potenziamento delle corse pomeridiane nei giorni feriali: chi prima andava a scuola il sabato deve potersi spostare anche negli altri pomeriggi della settimana. “La settimana corta non deve essere dettata dalla volontà di risparmio”, ha sottolineato. Una dichiarazione che suona come un avvertimento: se la riorganizzazione del calendario dipende dai tagli al trasporto, il confine tra scelta educativa e scelta economica svanisce.
Alcuni istituti lo hanno scritto nero su bianco nelle loro delibere: la mancanza di corse il sabato avrebbe reso “impossibile o fortemente disagevole” raggiungere la scuola per molti studenti. Una condizione che, secondo gli stessi documenti ufficiali, configura una forma di discriminazione indiretta.
Non tutti gli istituti hanno imboccato la stessa strada. Un istituto tecnico agrario della provincia ha deliberato il mantenimento della settimana a sei giorni, al termine di una consultazione che ha coinvolto tutte le componenti scolastiche. La motivazione ufficiale è chiara: le esigenze didattiche vengono prima di tutto il resto.
Altrove, invece, il dissenso dei docenti rimane acceso. In almeno un istituto della città, una parte del corpo insegnante teme che la riduzione dei giorni di lezione finisca per impoverire la qualità dell’insegnamento, comprimendo contenuti e obiettivi formativi.