Attorno ai docenti di sostegno si è costruita una montagna di burocrazia che soffoca il senso stesso del loro lavoro. Ore passate a compilare schede, documenti, relazioni, griglie e verbali, come se l’inclusione potesse nascere da un modulo ben scritto. Il tempo dedicato all’alunno, all’ascolto, all’osservazione reale, si riduce sempre più. Il paradosso è che si invoca la personalizzazione dell’insegnamento, ma poi si costringe chi dovrebbe realizzarla a inseguire scadenze e carte, invece di persone.
E quando finalmente si arriva al famoso PEI, il Piano Educativo Individualizzato, si scopre che resta spesso lettera morta. Sulla carta tutto è perfetto: obiettivi chiari, strategie condivise, collaborazione tra docenti. Nella realtà, ognuno torna al proprio ruolo, alle proprie abitudini, e quel documento diventa un adempimento formale da archiviare. Il sostegno, che dovrebbe essere un progetto educativo comune, finisce per essere un atto burocratico. E allora la domanda sorge spontanea: chi stiamo davvero includendo, l’alunno o il sistema che si autoassolve con una firma?
Il sostegno a scuola funziona? Cosa si dovrebbe cambiare?
La Tecnica della Scuola chiede ai suoi lettori, in prevalenza docenti: tra docenti di sostegno non specializzati, boom di alunni con disabilità certificata, troppa burocrazia e criticità di vario tipo la domanda nasce spontanea: si riesce concretamente a fare inclusione a scuola?
All’interno del sondaggio troverai le seguenti domande:
Qual è il tuo ruolo?
In quale luogo ti trovi attualmente?
Secondo te, a scuola, si riesce a fare davvero inclusione?
Quali sono i maggiori problemi relativi al sostegno a scuola a causa dei quali non si riesce a fare bene inclusione?