Puntuali come ogni anno, sono stati pubblicati, nel rapporto Education at a Glance 2025, OECD Indicators, i dati OCSE 2025. E, ovviamente, torna al centro dell’attenzione la differenza tra gli stipendi dei docenti italiani e quelli europei, soprattutto alla luce dei dati internazionali che fotografano una situazione complessa per l’Italia. A differenza di quanto avviene nella maggior parte dei Paesi OCSE, nel nostro Paese la progressione retributiva è più modesta rispetto a quella che avviene negli altri Paesi. Dopo 15 anni di esperienza, i docenti di altri Paesi hanno stipendi percentualmente più alti. In Italia, invece, l’aumento percentuale è più ridotto.
Gli stipendi effettivi, che tengono conto anche di bonus e indennità, si fermano in media a 42.081 euro (conversione da USD a EUR, tasso 1 USD = 0,85 EUR) per infanzia e primaria, 44.746 per la secondaria inferiore e 47.618 per la secondaria superiore: valori che restano sotto la media OCSE e UE25 in tutti i casi. Non solo: negli ultimi dieci anni lo stipendio effettivo è diminuito del 4,4%, mentre negli altri Paesi è aumentato mediamente del 14,6%.
Il confronto con altri lavoratori laureati evidenzia un ulteriore squilibrio: un insegnante italiano con 15 anni di esperienza guadagna appena l’85% rispetto a un coetaneo con titolo terziario impiegato in altri settori, contro il 90-93% della media OCSE.
Sul piano del costo salariale per studente, l’Italia mostra valori alti nonostante stipendi relativamente bassi. Questo paradosso dipende dalle classi mediamente più piccole, che innalzano il costo medio per allievo. Nella primaria il costo è di 3.138 euro (vicino alla media OCSE), mentre nella secondaria inferiore raggiunge i 3.777 euro, in linea con gli altri Paesi.
“Quanto emerso dalla presentazione del Rapporto OCSE ‘Education at a Glance 2025’ è la conferma di quello che la Gilda denuncia da tempo”. È il commento del coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti Vito Carlo Castellana.
I dati presentati, nello specifico, mostrano come in Italia gli stipendi degli insegnanti sono diminuiti, in dieci anni, del 4.4% e sono inferiori del 33% rispetto a quelli dei lavoratori a tempo pieno con una laurea.
“Il rapporto OCSE – afferma Castellana – dimostra quanto l’Italia, rispetto ad un confronto internazionale, sia il Paese che investe meno per la Scuola e l’Istruzione – spendendo circa il 4 percento del suo prodotto interno lordo, contro una media OCSE del 4.9%”.
Un quadro che delinea quanto siano sempre più scarse le risorse previste per le infrastrutture, la formazione ma soprattutto gli stipendi.
“I nostri miseri stipendi – conclude il coordinatore nazionale – indeboliscono la categoria e sgretolano la fiducia dei giovani nell’istituzione Scuola. Urge far recuperare potere d’acquisto e autorevolezza agli insegnanti, a partire proprio da retribuzioni adeguate”.
“I dati che emergono dal recente rapporto ‘Education at a Glance 2025’ dell’Ocse confermano quanto affermato a più riprese da tutti i più importanti organismi statistici e di ricerca nazionali ed internazionali, ovvero che i docenti della scuola italiana sono tra i meno pagati rispetto agli altri docenti dei paesi europei e anche a livello extra-europeo”. Così Gianna Fracassi, segretaria generale della FLC CGIL.
“Solo per rimanere nel confronto europeo, lo stipendio dei docenti italiani è inferiore del 15% (9.800 dollari) rispetto alla media retributiva europea e nel caso degli insegnanti di scuola primaria e infanzia siamo addirittura sotto il livello retributivo del 2015. E a questa penalizzazione nei confronti dei colleghi degli altri paesi se ne aggiunge un’altra, non meno grave, in rapporto ai dipendenti pubblici italiani. Infatti, – sottolinea la dirigente sindacale -, la retribuzione dei lavoratori del comparto Istruzione e Ricerca è inferiore del 22,95% (meno 8.587 euro annui) rispetto alla media retributiva dei lavoratori dei ministeri centrali e del 18,62% (meno 6.804 euro annui) rispetto alla media di tutta la Pubblica Amministrazione”.
“Mentre in modo incontrovertibile tutti i dati nazionali e internazionali, mostrano lo stato di sofferenza e povertà in cui versa il personale del settore – continua la leader FLC CGIL – il Governo non solo non trova le risorse necessarie almeno per tutelare i salari dall’inflazione, ma esclude il Comparto Istruzione e Ricerca dalla perequazione degli stipendi e propone un’una tantum per le lavoratrici e i lavoratori pari a 10 euro per 12 mesi”.
Per la segretaria delle FLC CGIL: “Non sarà certo con queste mance che i docenti italiani e tutto il settore Istruzione e Ricerca potranno risalire la china non solo nelle classifiche internazionali ma, soprattutto, nel riconoscimento e nella valorizzazione del lavoro scolastico e della scuola pubblica, che sono una risorsa preziosa e irrinunciabile per l’intero Paese”.
“Servono le risorse aggiuntive nel Contratto per recuperare il potere d’acquisto del personale e bisogna mettere fine alla disparità esistente tra i comparti della Pubblica Amministrazione”, conclude.