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Prima Ora - Notizie del 20 luglio

20.07.2026
Aggiornato alle 19:19

TAR Lombardia: “La promozione non è un diritto, neppure per gli alunni con DSA”

Il TAR della Lombardia, recentemente, ha respinto il ricorso dei genitori di uno studente delle superiori (di secondo grado) DSA, bocciato dalla scuola nell’anno scolastico 2023-24. «La promozione non è un diritto, se mancano le competenze». Così, in sintesi, si è espresso il T.A.R. lombardo. Parole “sante” per tutti gli alunni, senza distinzione alcuna.

Ammetto la mia meraviglia e sorpresa di fronte a tale sentenza, motivate dal fatto che spesso i TAR, se chiamati in causa, non sono molto “rispettosi” delle decisioni di non ammissione delle scuole, soprattutto se si tratta di alunni “fragili”, “dotati” di un PEI (o di un PDP) e inseriti in un programma di “inclusione”. Certo, l’intervento dei giudici riguarda sempre il metodo e non il merito ma, in sostanza, una sentenza avversa alla scuola ha il “sapore” di una condanna riguardo l’operato (complessivo) della scuola stessa.

Nel caso in questione, senza entrare nello specifico, non resta che “elogiare” la scuola lombarda sia perché ha svolto un lavoro ineccepibile e inattaccabile (non solo dal punto di vista del merito ma anche del metodo), sia perché ha “osato” (grande coraggio) bocciare un alunno “fragile”, provvisto anche di uno “scudo scolastico”.

In realtà non ci dovrebbe essere alcun motivo di meraviglia davanti a una bocciatura di un alunno “protetto” da un PEI o da un PDP. Se non si raggiungono gli obiettivi minimi e necessari previsti dal piano educativo generale o, per i “fragili”, da un piano educativo personalizzato, la bocciatura (o la rimandatura) è contemplata tra le opzioni del Consiglio di Classe e nessuno se ne dovrebbe scandalizzare.

Le cose, però, non stanno così. Da diversi anni, a mio modesto avviso, è nato (e si sta sempre più sviluppando) tra i docenti (forse anche per evitare il TAR), consciamente o inconsciamente, un “sentimento” di grande comprensione verso gli alunni “delicati”, sicché parlare di una loro bocciatura sembra quasi blasfemia o, comunque, qualcosa di illegittimo. Al massimo i docenti meno “empatici” possono spingersi, in alcuni casi, alla rimandatura. Una rimandatura comunque non preoccupante perché, in generale, questi ragazzi problematici alla fine saranno promossi, sappiano o non sappiano (accade così quasi per tutti gli alunni rimandati, “fragili” o non “fragili”!).

Attenzione, non si vuole fare facile ironia su temi così importanti; si vuole invece mettere in evidenza, nei pregi e nei difetti, un aspetto del nostro sistema scolastico: l’inclusione.

La legge sull’inclusione risale agli anni ’70 e, in origine, prevedeva l’inserimento degli alunni disabili (in ogni forma di disabilità) nelle classi ordinarie (con P.E.I. e insegnante di sostegno), superando il vecchio modello delle scuole speciali o delle classi differenziate. Dagli anni ’70 in avanti ci sono stati altri interventi legislativi al riguardo fino al testo unico degli anni ’90 (104/92). Fin qui nulla da eccepire.

Il problema è sorto quando nell’inclusività (e nelle sue tutele) sono entrati a far parte gli alunni con DSA e con BES (nonché i DOP, gli alunni sportivi e i NAI, per i quali ci vorrebbe almeno un anno dedicato solo all’apprendimento della lingua italiana).

Ora, senza ipocrisie, quasi tutti gli alunni hanno qualche materia meno “simpatica” e, ugualmente per tutti, la vita socio-familiare non è sempre idilliaca. Come riuscire allora a individuare i veri DSA e i veri BES? Basta una visita dagli “specialisti”. Ma tale procedura, nel tempo, ha assunto caratteri “eccessivi”. Se prima si rivolgevano agli “esperti” solo pochi alunni (attraverso le loro famiglie), ora, soprattutto nelle superiori di II grado, frotte “oceaniche” di alunni e di genitori si precipitano dai “dottori” (dottori molto accondiscendenti) per farsi diagnosticare qualcosa, anche una minima ansia, che valga loro la certificazione DSA o BES, anche se in realtà non ne avrebbero alcun bisogno, quindi un PDP e magari anche un docente di sostegno.

Così, tutelati e protetti da una “galassia” di misure compensative e dispensative, questi alunni “intelligenti” riescono, senza grande sforzo e impegno, a mantenere i voti alti che avevano alle medie o a guadagnare (non del tutto meritata) la sufficienza. Vivono tranquilli e sereni, senza troppe tensioni e patemi d’animo, sicuri che lo “scudo scolastico” di riconosciuta fragilità li renderà immuni da esiti finali negativi (al massimo saranno rimandati con la sicurezza della promozione solo rinviata di due mesi). Di questi privilegi molti loro compagni più corretti (o meno furbi) non possono usufruire.

Si ha allora l’impressione che, per non pochi alunni (non per tutti), la certificazione di “fragilità” sia un “escamotage” per andare avanti senza studiare troppo. Ma non è questo il modo più giusto per prepararsi alla vita e alle sue innumerevoli e continue difficoltà e pericoli.

Il testo è volutamente provocatorio. È vero. Ma ribadiamo il nostro apprezzamento alla scuola della Lombardia che ha bocciato giustamente un DSA e al TAR lombardo che ha giudicato correttamente e sosteniamo che bisognerebbe intervenire, anche con una legge, per contenere questi facili “attestati”, non sempre giustificati, di “debolezza” e “fragilità”. La scuola non può essere “medicalizzata” e nessuno è esente per diritto da bocciature (che spesso sono terapeutiche). Né nella scuola né, purtroppo, nella vita.

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