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Prima Ora - Notizie del 22 luglio

21.07.2026

La violenza come atto identitario: forse siamo vicini ad un mutamento sociale epocale

Assistiamo, in questi mesi, a un mutamento profondo e inquietante nei processi di socializzazione delle giovani generazioni. Si sta consolidando un fenomeno in cui il passaggio all’atto violento non è più soltanto una rottura delle norme civili, ma diventa un vero e proprio linguaggio identitario. La questione richiede uno sguardo che vada oltre la cronaca giudiziaria e interroghi le radici pedagogiche di un vuoto che si sta riempiendo di aggressività, esibizionismo digitale e ricerca di una legittimazione effimera.

Il cuore del problema risiede nel cortocircuito tra la percezione di sé e la rappresentazione digitale. Per molti adolescenti, l’agire violento è una performance. Non basta più fare, bisogna apparire nel fare. La realtà fisica, fatta di piazze e stazioni, viene trasformata in un palcoscenico dove la sfida all’autorità o la sopraffazione del coetaneo diventano contenuti da postare per ottenere il consenso dei pari. Il gruppo diventa una cassa di risonanza che non educa, ma amplifica pulsioni distruttive, trasformando il disvalore in valore condiviso. La ricerca di appartenenza, bisogno atavico dell’età evolutiva, si snatura: non si cerca più la costruzione di un sé in relazione all’altro, ma l’affermazione di un sé contro l’altro, mediata dal riscontro immediato di un pubblico virtuale che premia la trasgressione come segno distintivo di coraggio.

Non possiamo ignorare come questo fenomeno si nutra di una carenza di educazione emotiva e di una fragilità delle agenzie di socializzazione primaria e secondaria. La scuola è in estrema difficoltà: se da un lato è l’unico presidio di legalità, dall’altro fatica a penetrare nel mondo di chi vede nell’istituzione solo un ostacolo al proprio “status” costruito altrove. Il divario tra il vissuto di questi ragazzi, immersi in una cultura della gratificazione immediata, e le proposte educative di lungo periodo, basate sul sacrificio, è abissale.

Non è una questione di ordine pubblico, ma di alfabetizzazione affettiva. Quando la frustrazione non viene elaborata, quando la paura dell’altro viene sostituita dal disprezzo, quando la noia viene colmata dal brivido dell’illegalità, significa che si è interrotto il dialogo pedagogico tra le generazioni. Gli adulti hanno rinunciato a esercitare quella funzione normativa che non è autoritarismo, ma offerta di confini entro cui il giovane può esplorare e crescere in sicurezza, lasciando che le piazze virtuali educassero i ragazzi al nostro posto. È necessario riappropriarsi dello spazio fisico. La digitalizzazione ha svuotato le piazze di significato, trasformandole in set per video, rendendo l’altro una comparsa o un avversario.

La scuola deve agire come baluardo, attraverso didattica cooperativa, sport e laboratori di cittadinanza, per ricreare una conoscenza autentica del territorio e delle persone che lo abitano. Occorre una riflessione profonda sull’adulto-educatore. Non possiamo essere spettatori passivi, delegando il compito a forze esterne. Dobbiamo avere il coraggio di porre limiti e di deludere aspettative immediate quando queste si traducono in comportamenti lesivi della dignità propria o altrui. La fermezza, se coniugata con un ascolto empatico, non è ostilità, ma interesse per il loro futuro. Non siamo qui per essere amici degli studenti, ma la loro ancora in un mare di incertezze, garantendo una guida solida che sappia coniugare autorevolezza e comprensione. La sfida è titanica.

Serve un patto educativo che rimetta al centro la persona. Dobbiamo ricostruire luoghi di aggregazione reale dove il conflitto sia occasione di crescita e non di distruzione. Dobbiamo tornare a parlare di responsabilità come capacità di rispondere della propria vita e del proprio impatto sugli altri, promuovendo una cultura del rispetto. La scuola, le famiglie e il territorio devono fare rete per offrire un senso che resista alla volatilità del digitale. Dobbiamo aiutare questi giovani a capire che la loro identità vale molto di più dei “like” per un video degradante. Dobbiamo insegnare loro a guardare negli occhi l’altro, a riconoscere la fragilità altrui come specchio della propria, a capire che la vera forza non è la sopraffazione, ma la capacità di costruire qualcosa di duraturo insieme.

Senza questa inversione di rotta, continueremo a raccogliere i cocci di una gioventù che ha smarrito la bussola, confusa da un mondo che chiede loro di mostrarsi, ma non li aiuta mai a essere veramente se stessi, condannandoli a una solitudine mascherata da una falsa, rumorosa e violenta popolarità digitale.

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