E’ arrivata in queste ore, nella posta istituzionale di tutte le scuole italiane statali e non statali, una nota firmata da Carmela Palumbo, capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del MIM. La nota ha il seguente oggetto: “Manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche”.
La nota, di cui Tecnica della Scuola ha dato prontamente notizia, sta generando commenti preoccupati (alcuni anche sarcastici e tanti ironici) nel mondo della scuola e tra i dirigenti.
Cerchiamo di capire come si sviluppa la nota che ha un andamento a zoom, partendo dal generale per arrivare al particolare
In sostanza il Capo dipartimento, rispetto all’oggetto della nota:
Alcune domande
In tutta onestà ci si può (e deve) chiedere quale sia il motivo per cui la capo dipartimento abbia scritto questa nota. E da qui nascono molte domande.
Perché questa nota?
Le cose scritte sono, infatti, assolutamente ovvie e guidano da sempre l’azione delle scuole. Se qualche scuola non lo avesse fatto la capo dipartimento e i direttori generali degli USR hanno tutti gli strumenti per intervenire sulle scuole che a loro parere non rispettino i principi costituzionali e ordinamentali citati.
Domanda: lo hanno fatto? Certo, si sa che alcuni USR sono intervenuti quando in alcune scuole si è discusso di “genocidio” utilizzando questo termine con riferimento a Israele.
E’ questo che la Capo Dipartimento intende? Se così fosse sarebbe in contraddizione con se stessa e con la sua nota visto che è la Corte Penale dell’Aja ad utilizzare questo termine al punto da aver spiccato un mandato d’arresto per il primo ministro di Israele.
O si vuole dire che la Corte dell’Aja non corrisponde alla definizione di esperto offerta da Palumbo? Tesi difficile da sostenere, oltre al fatto che Corte Penale Internazionale (CPI) è stata istituita proprio a Roma nel 1998.
E’, anche questo, un terreno scivolosissimo. Faccio solo un esempio. Per essere esperti occorre essere laureati? Avere un curriculum particolare? E quale? La giovanissima universitaria palestinese di Gaza che ho incontrato a Perugia e che ha raccontato di essere giunta in Italia a fine ottobre 2023 per uno stage a Medicina e che è stata bloccata in Italia dalle terribili violenze perpetrate da Hamas, si può considerare una esperta? Ha raccontato di essere cresciuta dentro 5 guerre. Che a Gaza moltissimi suoi parenti e famigliari sono morti sotto i bombardamenti. Che la sua casa e il suo quartiere non esistono più. Questa ragazza, che ha candidamente confessato di studiare medicina perché ha visto sin da piccola bambini sparati, feriti e bisognosi di cura, potrà entrare in un evento/incontro organizzato da una scuola? Oppure occorrerà invitare anche generali dell’esercito israeliano a spiegare come funziona Lavender e come l’Intelligenza artificiale ha scelto i bersagli umani da colpire? Oppure occorre invitare proprio Benjamin Netanyahu? Mettendo in imbarazzo il governo italiano visto che sarebbe tenuto ad arrestarlo?
Esagero, certo, ma le note ministeriali si comprendono meglio se vengono sottoposte a vaglio critico portando anche ad estreme conseguenze le indicazioni fornite.
E potrei continuare con centinaia di esempi ma mi fermo qui.
Ancora più scivoloso il tema del pluralismo, ovvero, per essere precisi, del “sereno confronto tra posizioni diverse”.
Cosa vuol dire?
Mi spiego con un commento che è stato fatto da un dirigente scolastico di cui non dirò il nome neppure sotto tortura e che, causticamente, ha scritto così: “quindi va organizzato un sereno confronto tra terrapiattisti e galileiani, nel rispetto delle reciproche posizioni, immagino, e poi i ragazzi si faranno un’idea”
In sostanza ,nel merito, la nota può essere considerata o del tutto inutile o un avviso ai naviganti.
Del tutto inutile perché narra dell’ovvio e ribadisce l’ovvio (e, ripeto, se qualche scuola non rispetta l’ovvio – può succedere – il MIM ha tutti gli strumenti per intervenire).
Oppure la nota è una sorta di un avviso ai naviganti. In sostanza una nota che con parole gentili e suadenti ha il retrogusto di chi vuole “avvertire”. Spingendo le scuole (e i dirigenti) a lasciar stare, a non affrontare temi scomodi e divisivi inerenti pace, guerra, immigrazione, diritti, doveri, ….
Insomma un richiamo all’ordine. E, in sostanza, un invito alle scuole a non fare ciò che per cui esistono: formare cittadini attivi e critici.
Così il corto circuito logico della nota arriva al punto più alto: si è partiti dalla legge sull’educazione civica e si chiude, sostanzialmente, negandola, assieme all’autonomia scolastica
Ne valeva la pena?