Sulle Indicazioni Nazionali per il secondo ciclo sentiamo anche il parere di Roberto Maragliano, uno dei massimi pedagogisti italiani che alla fine degli anni ’90 aveva coordinato i lavori della Commissione Ministeriale sui “saperi essenziali”.
Professore, è stata pubblicata la bozza delle nuove Indicazioni per la scuola secondaria di secondo grado. Qual è la sua prima impressione?
Si apre finalmente un confronto, ed è un bene. Mi sento di intervenire anche come “testimone antico”, avendo partecipato in passato ai meccanismi che regolano e giustificano l’editoria scolastica. Mi sono occupato di libri di testo per la secondaria sia sul piano politico — discutendo vincoli e legittimità — sia sul piano progettuale, cercando di innovare didatticamente e culturalmente questi strumenti.
In che modo questa esperienza influenza il suo punto di vista attuale?
Molti dei miei contributi sono documentati ne Lo Scaffale, uno strumento on line che ho creato per mettere a disposizione di tutti materiali e strumenti di lavoro: riflessioni sul destino dei libri di testo, analisi pedagogiche e mediologiche sul loro valore, ma anche esempi concreti di manuali a cui ho collaborato, sia nei contenuti sia negli apparati didattici. Questo mi porta oggi a guardare alla nuova proposta con attenzione, soprattutto sul piano politico.
Quando parla di “piano politico”, a cosa si riferisce esattamente?
Mi riferisco alla necessità di affrontare il tema dei vincoli che regolano contenuti e strumenti. Temo però che molti osservatori si concentreranno invece su un dibattito più ideologico — nel senso anche positivo del termine — discutendo cosa sia “vivo” o “morto” nella proposta. Questo rischio è che si continui a rafforzare il carattere normativo delle Indicazioni, senza mettere davvero in discussione i vincoli che esse impongono.
Quali dovrebbero essere, secondo lei, i punti centrali di una discussione davvero libera?
Ne vedo almeno tre. Primo: verificare quanto l’autonomia scolastica incida realmente sulle scelte di adozione dei libri di testo. Secondo: capire quali siano i vincoli di legge sull’obbligatorietà di queste adozioni. Terzo: analizzare il peso della valutazione, che oggi è eccessivamente drammatizzata e istituzionalizzata, e il suo legame con la scelta dei contenuti e dei mezzi.
Lei solleva anche una questione interessante: il “valore legale” dell’adozione. Può chiarire?
Siamo abituati a discutere del valore legale del titolo di studio, ma raramente ci chiediamo quale sia il valore legale dell’adozione dei libri di testo. È un nodo fondamentale, che però storicamente non si è mai riusciti ad affrontare davvero.
Perché è così difficile aprire questo tipo di dibattito?
In passato ogni tentativo ha incontrato fortissime resistenze, trasversali: da destra e da sinistra, e in primo luogo da parte degli editori. Ma non solo. È un sistema che tende a conservare se stesso.
Nel frattempo, però, il contesto economico è cambiato…
Moltissimo. Il mercato si è ristretto: tra pirateria, concorrenza delle grandi piattaforme tecnologiche — pensiamo ad Amazon per la distribuzione o a Google per i contenuti — e il calo demografico. Oggi l’unico segmento relativamente stabile resta la scuola primaria, dove esiste ancora il “libro di Stato”.
Che cosa implica questo per l’operazione del Ministero?
Ai livelli della secondaria, l’iniziativa del Ministero ha soprattutto un valore d’immagine. La sua portata economica è ormai limitata: sono finiti i tempi in cui l’editoria scolastica garantiva solidità e crescita all’intero settore editoriale.
Quindi si tratta solo di immagine?
No, e sarebbe un errore pensarlo. L’immagine è una cosa molto seria. Anche quando la sostanza economica si riduce, ciò che si costruisce sul piano simbolico e culturale continua ad avere un peso rilevante.