Come se ne sentissimo davvero il bisogno, un altro acronimo inglese comincia a farsi strada per identificare un fenomeno – di certo non nuovo – che però, purtroppo, è in crescita tra gli adolescenti di tutto il mondo. Drammaticamente in crescita. Parliamo, come riportato in questi giorni dal quotidiano Avvenire, di tutte quelle pratiche che ormai gli specialisti chiamano ‘NSSI, Non- Suicidal Self-Injury”: atti autolesionistici come tagli, bruciature, ingestione di sostanze, colpi, indipendenti dall’intento suicidario, che vengono decodificati dagli esperti come strumenti di regolazione emotiva.
Ampia, in questo senso, la letteratura scientifica: dal 2015 in poi, studi brasiliani, americani, canadesi hanno tentato di scandagliare un universo complesso e variegato, un arcipelago in cui ogni isoletta ha le sue caratteristiche e diversità. Tutti, comunque, concordano sul fatto che l’autolesionismo è un comportamento che attraversa diversi gruppi sociali e che potrebbe essere letto nel rapporto fra vulnerabilità individuale e pressioni derivanti dai contesti di vita, come la famiglia o la scuola, senza dimenticare la componente dannosa dell’onlife, questa nuova paroletta creata per definire l’esperienza che si vive in un mondo iper-connesso dove non esiste più la distinzione tra essere online o essere offline.
I numeri più inquietanti – continua Avvenire – provengono dai Paesi Bassi, da Cipro, dalla Grecia, dalla Bulgaria e dalla Romania, ma non sono meno preoccupanti in Germania, Francia e Italia. A Roma, in particolar modo, si è registrato in questi ultimi tempi un aumento del 500% delle consulenze neuropsichiatriche presso il pronto soccorso dell’Ospedale Bambino Gesù, il più grande Policlinico e Centro di ricerca pediatrico in Europa: nell’ultimo decennio, l’autolesionismo è tra le prime cause di accesso al pronto soccorso pediatrico.
Perché un numero crescente di adolescenti ricorre a pratiche autolesionistiche per esprimere la propria sofferenza? Gli specialisti, generalmente, preferiscono parlare di multifattorialità: vulnerabilità individuale, esposizione sociale, fattori biologici e culturali. È sbagliato cercare esclusivamente dentro l’individuo, poiché ci sono anche fattori collettivi simbolici, che incidono fortemente, come quelle famiglie che negano le emozioni, o gli atteggiamenti scolastici di stampo punitivo oppure le amicizie ostili o gli amori tossici.
Nel suo ultimo libro ‘Farsi male’, lo psichiatra e psicoterapeuta Vittorio Lingiardi afferma che alla luce dei dati europei il comportamento autolesionista nell’adolescenza è un problema di salute pubblica che ha un forte impatto sulla vita delle persone coinvolte.
È evidente – conclude Avvenire – che non ci sono soluzioni facili, ma si potrebbero individuare alcune piccole piste di intervento, come dei programmi scolastici basati su competenze socio-emotive e un parent training, dove i ragazzi si sentano ascoltati e i genitori imparino a non vivere i disagi dei loro figli come uno stigma. Non vanno dimenticati, in questo contesto, anche quegli studi che dimostrano come la scarsa percezione del supporto emotivo da parte dei genitori verso i figli crei un elevato rischio di episodi autolesionistici: le relazioni genitoriali avare in “calore umano” compromettono notevolmente la gestione delle emozioni e aumentano la probabilità che l’adolescente cerchi vie autodistruttive per placare il vuoto del rifiuto o dell’eccessiva rigidità e dell’esasperante controllo.