Home Archivio storico 1998-2013 Nostre inchieste Anche nel 1929 l’11 febbraio era un lunedì

Anche nel 1929 l’11 febbraio era un lunedì

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L’11 febbraio del 1929 era un giorno dedicato all’apparizione a Lourdes, ma per l’Italia, fu il giorno del Concordato per antonomasia – tra la Santa Sede e il Regno d’Italia – nella sede del palazzo del Laterano. I Patti Lateranensi erano costituiti da un Trattato (che sancì la nascita della Città del Vaticano), una Convenzione finanziaria e il Concordato per gli accordi bilaterali. Il comunicato ufficiale fu lanciato alle ore 12,45 dall’agenzia Stefani: “Oggi sono stati firmati da S. E. Rev. il Card. Pietro Gasparri, plenipotenziario del Sommo Pontefice Pio XI e da S. E. il Cavalier Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo, plenipotenziario di S. M. Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, un Trattato politico che risolve ed elimina la “Questione romana”, un Concordato inteso a regolare le condizioni della Religione e della Chiesa in Italia e una Convenzione che sistema definitivamente i rapporti finanziari fra la Santa Sede e l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870”. 
Fino al 1977 a scuola si faceva vacanza per la ricorrenza della Conciliazione. Questo contribuiva a tenere vivi la memoria e il ricordo degli accordi tra il nostro Stato e il Vaticano.
Alla fine della seconda guerra mondiale, l’assemblea Costituente repubblicana decise di mantenere i Patti Lateranensi codificando gli articoli 7 e 8 della nuova Costituzione. Non fu apportata nessuna variazione ai Patti firmati dal Duce, ma fu stabilito che le modifiche future non richiedevano procedimento di revisione costituzionale. 
Ci volle un altro Benedetto-Benito-Bettino perché si arrivasse ad un nuovo Concordato (tutt’ora in vigore), sottoscritto il 18 febbraio 1984, dal presidente del Consiglio Craxi e dal Card. Casaroli. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, il Concordato prevede la riforma della disciplina della proprietà e dell’organizzazione ecclesiastica, con la definizione di una nuova condizione giuridica e remunerativa del clero cattolico, e con l’instaurazione di nuove relazioni finanziarie tra Stato e Chiesa. Esso, inoltre, stabilisce le norme di attuazione in materia di insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, il riconoscimento delle feste religiose, regola l’assistenza spirituale nell’ambito di strutture come ospedali, carceri e così via. Per i rapporti finanziari, il Concordato prevede due forme di finanziamento per la Chiesa cattolica: uno privato e volontario (detraibile delle imposte) e uno pubblico, con la destinazione annuale di una quota pari all’otto per mille del gettito complessivo IRPEF. Da allora l’Italia ufficialmente fu meno cattolica e più laica.
Oggi sembra che l’ondata anticoncordataria degli anni postconciliari si è a poco a poco esaurita, anche perché era frutto di una lettura parziale e distorta dei testi del Vaticano II, il quale rifiuta indubbiamente i privilegi ma non i concordati in se stessi (Cost. Gaudium et Spes, n. 76).
Infatti, se un concordato si struttura come patto di libertà e di collaborazione esso ha piena legittimità ancor oggi. Semmai il problema e l’interrogativo è un altro: sono passati 29 anni dal nuovo Concordato e la società ha subito radicali cambiamenti. Non sarebbe il caso di tornare di nuovo a formulare altri Patti più attuali e più adatti alle problematiche socioeconomiche dei nostri giorni?
Per gran parte dell’opinione pubblica, l’Italia – a causa dei Patti Lateranensi – sostiene da anni enormi costi, sia dal punto di vista economico che in termini di laicità. A volte ci sono forti condizionamenti quando si affrontano problematiche borderline su coppie di fatto, eutanasia, aborto, demografia e ricerca scientifica. Intanto miliardi di euro transitano dalle casse dello Stato al mondo ecclesiastico per sovvenzionare – a livello diretto o/e indiretto – con finanziamenti pubblici alle scuole cattoliche, ai cappellani militari e penitenziari pagati dallo Stato, con i privilegi fiscali e le esenzioni di cui gode la “Chiesa”. Per non parlare dell’IMU.

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