Il recente Consiglio Nazionale dell’ANDIS (Associazione Nazionale dei Dirigenti Scolastici), riunitosi a Nova Siri nell’ottobre 2026, ha lanciato un allarme inequivocabile per tutti i professionisti dell’educazione: l’autonomia scolastica si sta progressivamente e pericolosamente svuotando. Le istituzioni scolastiche, pensate dalla Costituzione come presidi di elaborazione pedagogica e culturale, stanno subendo una deriva che le relega a semplici terminali esecutivi e burocratici dello Stato. Questo logoramento sistemico mina la leadership educativa dei dirigenti e l’efficacia dell’azione didattica di docenti ed educatori, costantemente schiacciati da adempimenti formali e normativi calati dall’alto.
Il consiglio Nazionale Andis ha approvato ben 5 diversi documenti che toccano i seguenti temi: formazione del personale scolastico, continuo aumento del carico amministrativo nei confronti delle istituzioni scolastiche, valutazione dei dirigenti scolastici e, rispetto al Decreto Legge 170, il nodo del PEI e la questione del tetto del 30%.
Il simbolo più evidente e recente di questa ingerenza è il D.L. 170 del 30 settembre 2026. Analizzando in particolare il Capo III, dedicato all’integrazione degli alunni stranieri, emerge chiaramente come il legislatore adotti un approccio emergenziale per affrontare dinamiche che richiederebbero una visione sistemica e a lungo termine. L’introduzione del cosiddetto “tetto del 30%” per la presenza di alunni stranieri nelle classi interviene su una casistica ormai residuale e ignora il vero cuore del problema: l’ostacolo principale al successo formativo e all’inclusione non è la barriera linguistica o la differenza culturale, bensì la povertà e la profonda segregazione abitativa e sociale. Imporre tetti numerici senza affrontare la governance territoriale significa esautorare le scuole della loro capacità progettuale autonoma. L’ANDIS contesta duramente anche l’introduzione del divieto di presenza a scuola con il volto coperto. Oltre a essere una materia già normata in Italia dalla Legge 152 del 1975, questo divieto rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang culturale: potrebbe indurre le famiglie ad allontanare le giovani alunne dai percorsi di istruzione, negando loro l’unica vera occasione di emancipazione, confronto e sviluppo del pensiero critico.
Il PEI e i tempi non educativi
La compressione dell’autonomia scolastica e didattica si palesa anche nelle nuove norme sull’inclusione degli alunni con disabilità, sempre all’interno del D.L. 170/2026. La norma anticipa a giugno la redazione definitiva del Piano Educativo Individualizzato (PEI), trasformando quella che in precedenza era una “proposta” in una “definizione” vincolante delle ore di sostegno. Sebbene questa misura risponda a logiche amministrative di programmazione degli organici, l’anticipazione priva di fatto le scuole del tempo pedagogico essenziale per poter osservare l’alunno nel suo reale e nuovo contesto relazionale all’inizio dell’anno scolastico. Il delicato tempo educativo e di osservazione viene così rigidamente piegato ai tempi burocratici dell’amministrazione centrale, ignorando la flessibilità necessaria all’inclusione.
Questa tendenza accentratrice trova drammatica conferma anche nella gestione quotidiana del personale. La valutazione dei dirigenti scolastici ha assunto una preoccupante “deriva algoritmica”, fondata su automatismi e caselle di spunta che ignorano le reali condizioni di contesto in cui opera la scuola e sviliscono la progettualità triennale insita in strumenti fondamentali come il PTOF e il Piano di Miglioramento. Al contempo, il carico amministrativo è divenuto insostenibile a causa della frammentazione delle innumerevoli piattaforme digitali e delle deleghe improprie scaricate da enti esterni (come ASL e INPS) sulle segreterie scolastiche.
Per promuovere una vera integrazione e un’inclusione di qualità, le scuole non hanno bisogno di sovrastrutture, propaganda o divieti emergenziali. Necessitano di interventi concreti e strutturali: docenti specializzati in italiano L2 stabilmente inseriti in organico, mediatori linguistici e culturali, spazi adeguati e tempi scuola più ampi. Solo restituendo centralità all’autonomia scolastica, liberandola da una burocrazia asfissiante e difendendola da ingerenze puramente procedurali, i professionisti della scuola potranno tornare a svolgere appieno il loro mandato costituzionale.