Home Pensionamento e previdenza Con la riforma Fornero i pensionamenti degli insegnanti in caduta libera

Con la riforma Fornero i pensionamenti degli insegnanti in caduta libera

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  • GUERINI
Sulla scuola italiana la riforma pensionistica Fornero-Monti sta producendo effetti devastanti. Nell’ultimo biennio, da quando è entrata in vigore la “stretta” sui requisiti per lasciare il lavoro, il numero di docenti collocati in pensione si è ridotto in modo esponenziale: quest’anno se ne sono andati meno di 11 mila insegnanti, il precedente erano stati il doppio. Se andiamo indietro nel tempo il gap diventa abissale: rispetto agli attuali, all’inizio del 2009/2010 i prof andati in pensione erano il triplo e nel 2007 oltre quattro volte (abbandonarono la cattedra in 43.620). E la situazione è ormai stagnante. Per il prossimo mese di settembre, l’Inps ha comunicato che saranno circa 13 mila ad essere collocati in quiescenza: un po’ di più del 2013, ma nulla a che vedere con i numeri di ben altro spessore di appena cinque e sette anni prima.
Sono diversi i motivi all’origine del gap di accesso ai pensionamenti che si è venuto a creare in così pochi anni: tra i vari, però, un peso specifico particolare è costituito dall’entrata in vigore della riforma Fornero, con effetto immediato dal 1° gennaio 2012, che ha particolarmente penalizzato le donne. Le quali nel comparto istruzione rappresentano l’81% del personale. È tutto dire che da quest’anno per accedere alla pensione di vecchiaia serviranno 63 anni e 9 mesi di età; per quella anticipata, un’anzianità contributiva di 41 anni e 6 mesi (per gli uomini un anno in più). E negli anni a venire i requisiti si alzeranno ancora: quando la riforma Fornero entrerà a regime si lascerà la cattedra, come tutti i lavori del pubblico impiego, non prima dei 67 anni compiuti.
A fronte di questi cambiamenti, è normale che il corpo docente italiano, già tra i più vecchi al mondo, sia sempre più caratterizzato dalla presenza di ultra sessantenni.Attualmente, in base ai dati ufficiali aggiornati, l’età media delle immissioni in ruolo è alle soglie dei 40 anni di età. Con il risultato che ormai l’età media di un insegnante italiano è ben oltre i 50 anni. È emblematico anche il dato sui nostri insegnanti under 30: sono presenti per appena lo 0,5%, mentre inGermania sono sette volte di più, il 3,6%, inAustria e Islanda il 6% e in Spagna il 6,8%.
“Ad aggravare la situazione ci si è messa l’inerzia degli ultimi governi italiani – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – , che negli ultimi 13 anni non hanno nemmeno coperto il turn over: se si sommano le operazioni anno per anno, i pensionamenti hanno superato le assunzioni addirittura di 37 mila unità”. I numeri ufficiali parlano chiaro: dal 2001 ad oggi lo Stato italiano ha assunto nelle scuole pubbliche 258.206 insegnanti. Mentre nello stesso periodo quelli che hanno lasciato il servizio per la pensione sono stati molti di più: 295.200. Le assunzioni non sono bastate nemmeno a coprire tutti quei posti liberi, ben 311.364, che sempre a partire dal 2001 sono stati dichiarati dal Miur ufficialmente vacanti (un numero tra l’altro ridimensionato per la presenze di decine di migliaia di cattedre collocate al 30 giugno anziché al 31 agosto).
Nel nostro paese si continua a pensare, a torto, che l’insegnamento non è tra le categorie professionali più a rischio burnout. Tanto è vero che gli anticipi sui pensionamenti sono previste solo per altre tipologie di dipendenti. Come quelli in forza ai comparti Sicurezza, Difesa e Soccorso pubblico, che ancora oggi possono lasciare a 57 anni, in certi casi a 53: in questi casi, infatti, la somma età-contributi si ferma non a quota 96, ma addirittura a 92 anni. Tanto è vero che nel primo semestre 2013 i dati ufficiali emessi dall’Inps hanno rivelato che i corpi di polizia hanno lasciato il servizio in media a 54,8 anni ed i militari a 57 anni. È davvero grave che a fronte di queste deroghe per gli insegnanti la soglia della pensione è stata posticipata, a regime, a 67-68 anni.
“Nella scuola – continua il sindacalista Anief-Confedir – lo Stato concede la possibilità di lasciare con i vecchi requisiti solo a tutti i dipendenti della scuola soprannumerari (Circolare n. 3/2013 della Funzione Pubblica) poiché rimasti senza cattedra o posto.Però in uno stato di diritto le deroghe non solo approvate a giorni alterni, in base alla mera convenienza dell’amministrazione, ma vengono adottate in tutti quei casi in cui le necessità lo impongono. Ed in questo caso i motivi ci sono tutti, visto che i più autorevoli studi epidemiologici sugli insegnanti convergono su un punto: lavorare con gli studenti è iperlogorante. E quindi non si può mandare un docente in pensione in tarda età”.
Anief torna quindi a riproporre pubblicamente al governo l’unica soluzione praticabile per uscire da questa situazione: trasformare in tutor per nuovi docenti tutti coloro che hanno alle spalle un congruo numero di anni di insegnamento, almeno 25-30. Con conseguente sottrazione, parziale o totale, delle ore di didattica frontale. L’opera di tutoraggio e di supervisione dell’operato dei giovani insegnanti, permetterebbe sia di svecchiare il personale in cattedra, sia di migliorare la qualità complessiva dell’insegnamento, visto che le nuove generazioni di docenti potrebbero ereditare tante conoscenze, capacità e competenze.
Inoltre, vanno collocati in pensione, nella prossima estate per decreto, i 4 mila ‘Quota 96’ rimasti bloccati proprio dalla riforma Fornero. A sostenere le spese per il collocamento in pensione dei ‘Quota 96’ saranno in prevalenza i risparmi derivanti dal ben più leggero stipendio (anche del 40%) che lo Stato assegna ai neo assunti rispetto ai docenti a fine carriera. E contestualmente va approvato un piano straordinario di immissioni in ruolo pari ad almeno 125 mila unità: 50 mila curricolari, altrettanti docenti di sostegno e 25 mila Ata. Perché i posti ci sono ed il personale è già stato selezionato e specializzato per ricoprire questo ruolo. Sbaglia chi dice che non ci sono i fondi: si tratta di operazioni che non comportano oneri. Anzi, conti alla mano allo Stato non conviene mantenere il personale in uno stato di perenne precarietà: poche settimane fa la Ragioneria dello Stato ha rilevato che dal 2007 le spese per il personale a tempo determinato sono aumentate di 348 milioni di euro (+68%), mentre nella Sanità – dove si è proceduto alla stabilizzazione di 24.000 dipendenti – si è prodotto un risparmio di 80 milioni di euro.
“Serve solo la volontà politica – conclude Pacifico –, da mettere in moto prima di subito. Prima che lo impongano gli eventi giudiziari. Che potrebbero portare l’Italia a essere condannata a risarcire danni superiori ai 4 miliardi di euro per abuso di contratti di precariato”.