Sono quattro le opere che Edgar Morin ha dedicato specificamente al tema delle sfide educative del nostro tempo. Si tratta di testi (soprattutto il trittico pubblicato nel 1999) che hanno segnato e continuano a segnare il dibattito politico, pedagogico e educativo del mondo contemporaneo.
Le opere sono:
Il testo, tradotto in Italia da Raffaello Cortina editore nel 2000, è una meditazione che si svolge attorno a tre nuclei, tre frasi: una di Eliot, una di Pascal ed una di Montaigne.
Eliot: “Dov’è la conoscenza che perdiamo nell’informazione? Dov’è la saggezza che perdiamo nella conoscenza?”. Frase che nel 1999 si riferiva a una situazione che non è certo migliorata nei successivi 27 anni e che descrive la sfida di Babele dove ci troviamo di fronte a una immensità di informazioni frammentate che servono solo per scopi tecnici ma che non riescono a fornire alcun senso complessivo, alcuna direzione, alcuna saggezza.
Pascal: “Dunque, poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate ed adiuvanti, mediate ed immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lantane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere il tutto?”
Montaigne: “E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.
E’ la sfida della ipercomplessità, la sfida di una terra divenuta per ogni uomo comunità di destino anche se ognuno di noi fa una enorme fatica a percepire che “tutto si connette”, che tutto è tessuto insieme.
Secondo Morin l’insegnamento/educazione è di fronte a tre sfide:
Raccogliere queste sfide significa procedere ad una “riforma dell’insegnamento che deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella dell’insegnamento” (pag. 13). Una proposta non programmatica ma paradigmatica.
Ma come è una testa ben fatta? Morin sostiene che una tale testa è caratterizzata non dall’accumulo del sapere quanto piuttosto dal poter disporre allo stesso tempo di:
a) una attitudine generale a porre e a trattare i problemi
b) principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso.
Ma chiariamo subito un fatto cruciale: la testa ben fatta cui si riferisce Montaigne (e anche Morin) non è (come troppo spesso si crede!) quella degli studenti ma, al contrario, quella dei docenti !!. Scrive infatti Montaigne (Essais, Libro I, Capitolo 26, intitolato De l’institution des enfants), rivolgendosi ad una futura mamma, la nobildonna Diane de Foix, Contessa de Gurson, sua cara amica, che aspettava il suo primo figlio: «[…] ho piuttosto voglia di fare di lui un uomo abile che un savio, vorrei che gli si scegliesse una guida che avesse piuttosto la testa ben fatta che ben piena». ([…] je voudrois aussi qu’on fust soigneux de luy choisir un conducteur, qui eust plustost la teste bien faicte, que bien pleine …). Nel suo saggio, Montaigne critica il nozionismo e la pratica di riempire la mente dei giovani di informazioni senza alcuna elaborazione critica. Egli preferisce nettamente un’educazione volta a sviluppare il giudizio, la capacità di ragionamento e l’autonomia intellettuale dello studente.
La testa ben fatta cui pensa Morin va dunque al di là del sapere parcellizzato (e quindi al di là delle “discipline”) riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla globalità e dalla complessità della vista quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.
Si tratta cioè di “far convergere (sull’uomo) le scienze naturali, le scienze umane, la cultura umanistica e la filosofia nello studio della condizione umana. Allora si potrebbe giungere a una presa di coscienza della comunità di destino propria della nostra condizione planetaria, in cui tutti gli umani sono messi a confronto con gli stessi problemi vitali e mortali” (pag. 44).
Si tratta di apprendere a vivere, di apprendere a trasformare le informazioni in conoscenza e la conoscenza in sapienza. E apprendere a vivere significa affrontare l’incertezza (attrezzarsi – direbbe Salvatore Natoli – per dominare il caso, per portarsi all’altezza dell’improbabile rinunciando ad ogni pretesa di totalità disponendoci al viaggio, al transitare).
E apprendere a vivere è, da ultimo, apprendere a diventare cittadini, e cittadini “glo-cali”: cittadini del proprio villaggio ma anche contemporaneamente del mondo fattosi villaggio.
Le proposte di Morin sono molteplici, espresse sempre con lucidità e poesia.
Ad esempio: quale viatico per imparare a vivere nell’incertezza?
Si tratta dunque di coltivare il pensiero che connette e interconnette secondo sette principi:
Secondo Morin la riforma del pensiero è anche riforma “etica”: del resto il pensiero che connette, proprio perché connette, è anche un pensiero ed una azione solidale: “Un modo di pensare capace di interconnettere e di solidarizzare delle conoscenze separate è capace di prolungarsi in una etica di interconnessione e di solidarietà fra umani” (pag. 101).
Quale insegnante è prefigurato da questo mutamento di paradigma? Morin ne traccia un preciso identikit.
I tratti essenziali dell’insegnante sono così descritti (pag. 106):
Alla fine degli anni ‘90 l’Unesco – per il tramite di Gustavo López Ospina, direttore del progetto transdisciplinare Educare per un futuro vivibile – chiese a Edgar Morin di sintetizzare le sue ricerche in una proposta educativa che fu poi pubblicata a cura dell’Unesco nel 1999 con il titolo francese di Les sept savoirs nécessaires à l’éducation du futur e inglese di The Seven Complex Lessons in Education for the Future (si noti il fatto che la parola complex è sparita sia nella versione francese che nelle traduzione in italiano).
Nel prologo Morin spiega che il testo, sottoposto alla revisione dei maggiori studiosi dell’epoca, chiude la sua trilogia pedagogica di fine secolo enucleando «sette problemi fondamentali tanto più necessari da insegnare in quanto ora sono totalmente ignorati». I sette temi permettono «di integrare le discipline esistenti e di stimolare gli sviluppi di una conoscenza atta a raccogliere le sfide della nostra vita individuale, culturale e sociale» (pag. 7).
I sette saperi indicati da Morin sono:
1. Rilevare l’errore e l’illusione: l’azione educativa deve identificare e affrontare il “tallone d’Achille” della conoscenza: la vulnerabilità agli errori mentali e intellettuali. È necessario garantire che ogni processo conoscitivo sia sottoposto a una costante valutazione critica, volta a individuare pregiudizi, bias cognitivi e distorsioni della realtà.
2. Promuovere la pertinenza del sapere: i curricoli dovrebbero dare priorità a saperi capaci di intercettare problemi globali, multidimensionali e complessi. L’obiettivo è istruire i discenti a contestualizzare le informazioni e a cogliere le interrelazioni tra le parti, superando la frammentazione e l’isolamento dei saperi specialistici.
3. Insegnare la condizione umana: l’educazione deve esplorare approfonditamente l’essenza dell’umano, integrandone le dimensioni fisica, biologica, psicologica, culturale e storica. Tale approccio permette di riconoscere, simultaneamente, l’unità della specie e la ricchezza delle sue diversità individuali e collettive.
4. L’identità terrestre: è essenziale promuovere lo sviluppo di una coscienza planetaria. I discenti devono comprendere la realtà complessa e interdipendente della biosfera, maturando la consapevolezza che l’intera umanità condivide un destino comune e risponde alle medesime crisi globali.
5. Affrontare le incertezze: è necessario preparare le menti all’imprevisto. L’educazione deve fornire gli strumenti per navigare in un “oceano di incertezze”, procedendo per “arcipelaghi di certezze” che fungano da punti di ancoraggio sicuro nel mare della complessità.
6. Comprendere l’altro: favorire la comprensione reciproca costituisce il mezzo e il fine della comunicazione umana. Ciò richiede l’esercizio dell’empatia e l’attivazione di un dialogo aperto e permanente, indispensabili per superare il razzismo, la xenofobia e il rifiuto delle alterità culturali.
7. L’etica del genere umano: l’educazione deve coltivare una “antropo-etica”: una moralità di specie che abbracci la cittadinanza terrestre, l’ideale democratico e la responsabilità collettiva nel sostenere e preservare la vita umana.
Questo volume, mai tradotto in italiano, raccoglie i lavori delle “giornate tematiche” organizzate nel marzo 1998 sotto l’egida del Ministro dell’Educazione, Claude Allègre.
L’obiettivo era dimostrare la possibilità di rispondere alle due grandi sfide che la conoscenza sara chiamata affrontare con crescente urgenza nel corso del terzo millennio:
Attraverso queste giornate tematiche, si volle tentare di integrare le discipline entro quadri di pensiero che corrispondano ai grandi interrogativi dello spirito: il mondo, la terra, la vita, l’umanità. L’intento era di attribuire pari importanza alla cultura umanistica e alla cultura scientifica, favorendone la comunicazione, e di rigenerare le virtù cognitive ed esistenziali della letteratura, della poesia e delle arti.
Provenendo da ogni disciplina e associando le proprie competenze, i partecipanti hanno fornito la prova che è possibile far rinascere una cultura e insegnarla.
In sostanza si tratta di un lavoro finalizzato alla concreta riforma della scuola francese che mirava a superare la “testa ben piena” (nozionismo) in favore della “testa ben fatta” (capacità di organizzare il sapere).
Nel saggio Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2014), Edgar Morin riprende le sue proposte del 1999 e sostiene che la missione fondamentale della scuola non è trasmettere nozioni astratte, ma insegnare a vivere, ovvero navigare in un mare di incertezze, sviluppando un pensiero critico in grado di affrontare la complessità della condizione umana.
I pilastri centrali dell’opera si articolano nei seguenti concetti chiave:
I quattro pilastri dell’educazione
Le riforme necessarie
La metamorfosi della scuola
Come si può vedere il pensiero di Edgar Morin è preciso, puntale, chiaro, sfidante. In Italia le sue riflessioni pedagogiche sono state uno dei fondamenti del lavoro della Commissione nominata dal Ministro Fioroni nel 2007, presieduta da Mauro Ceruti (il massimo studioso italiano di Morin) e coordinata da Italo Fiorin. Da lì nacquero le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo del 2012.
Altri tempi, vien da dire.