Prima ora | Notizie scuola del 20 maggio 2026

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Diciott’anni di esperienza non bastano se il sistema ignora i bisogni speciali dei lavoratori

Scrivo per dare voce a una situazione di precarietà che definirei paradossale. A 54 anni, con 18 anni di esperienza maturata tra scuola pubblica e privata, mi ritrovo oggi a essere una “ex docente”. La mia storia non è solo il racconto di una carriera interrotta, ma la testimonianza di una profonda discriminazione istituzionale nei confronti degli insegnanti con disabilità.

Il fulcro del problema risiede nel nuovo sistema di abilitazione all’insegnamento. Secondo quanto stabilito dal D.L. n. 36/2022 (convertito nella Legge n. 79/2022), l’accesso alla Prima Fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) è ora vincolato al conseguimento di percorsi abilitanti da 30, 36 o 60 CFU. Senza questo titolo, i docenti restano confinati in seconda fascia, diventando di fatto “invisibili” all’algoritmo che assegna gli incarichi annuali, proprio come è accaduto a me lo scorso anno scolastico.

Si assiste così all’amaro sorpasso di giovani neolaureati che, appena entrati in prima fascia grazie ai nuovi percorsi e ai crediti ottenuti, scavalcano docenti con 18 anni di servizio sul campo, annullando nei fatti il valore dell’esperienza e della continuità didattica.

Per ottenere questi crediti è obbligatorio frequentare lezioni che prevedono una quota significativa di ore in presenza e un tirocinio all’interno delle classi.

Qui, per me, sorge la barriera insormontabile: a causa delle mie patologie invalidanti, non sono in grado di affrontare la frequenza fisica e, contemporaneamente, sostenere i ritmi lavorativi necessari al mio sostentamento.

Attualmente, il sistema non prevede deroghe reali: per chi ha un’invalidità superiore al 67% sono previste soltanto agevolazioni economiche sui bandi, ma nessuna flessibilità didattica. Chi ha una disabilità, a prescindere dalla categoria, avrebbe bisogno di percorsi personalizzati, con una frequenza interamente online o modalità meno gravose.

È un paradosso doloroso: la scuola italiana è all’avanguardia nell’inclusione degli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) e DSA, ma sembra dimenticare che anche gli adulti e i lavoratori possono avere bisogni speciali.

Chiudo questa lunga parentesi lavorativa con amarezza. Non è stata la mancanza di competenza a fermarmi, ma un algoritmo e una legge che, nel nome della formazione, hanno alzato un muro insormontabile per chi vive una condizione di fragilità.

Daniela Scuteratti

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