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Dipendenti pubblici come ‘burattini’ sulle pensioni?

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I lavoratori dello stato trattati come dei “burattini”? E pare di sì e soprattutto in riferimento alla loro andata in pensione pur avendone i diritti. E infatti, dice Anief, i lavoratori della scuola di “Quota 96” vengono lasciati in servizio “perché agganciati impropriamente alla riforma Fornero; quando gli stessi dipendenti sono soprannumerari, invece, avendo i medesimi requisiti, vengono collocati in pensione”.
A seconda dunque del loro utilizzo e della bisogna, nel teatrino della inefficienza politica, si scelgono le vie traverse per liquidare o meno i dipendenti pubblici.
 Con questa prospettiva, e in funzione di questa logica un po’ perversa, è stata infatti emanata la disposizione, contenuta nella Circolare n. 3 emessa dal Dipartimento della Funzione Pubblica, attraverso la quale il Ministero per la PA invia coattivamente in pensione tutto “il personale in posizione di soprannumero”, nell’anno in corso, in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi da riferire alla normativa precedente all’entrata in vigore della legge Fornero sui pensionamenti n. 214 del 22 dicembre 2011.
Questa diposizione invece non vale, anzi non sembrerebbe presa in considerazione (tranne decisioni dell’ultimo momento con la conferma delle promesse dell’on. Boccia), per i circa 6mila dipendenti della scuola rimasti “incastrati” a seguito dell’approvazione della legge Fornero; dipendenti che si sono riuniti nel comitato “Quota 96” e che stanno cercando tutte le strade per ottenere il riconoscimento dei loro diritti.
E infatti, sottolinea Anief, in attesa “che la Commissione Bilancio della Camera esamini il provvedimento di deroga, per la cui attuazione servono circa 170 milioni di euro, è stata resa pubblica la relazione della Ragioneria generale dello Stato, secondo cui, un provvedimento del genere risulterebbe iniquo rispetto agli altri dipendenti della pubblica amministrazione e potrebbe anche far sorgere delle rivendicazioni difficilmente controllabili”.
Difficilmente controllabili tuttavia per il comparto scuola, visto il pensionamento, coi benefici ante legge Fornero, a favore dei soprannumerari, e visti pure i dati ufficiali emessi dall’Inps. Essi infatti indicano “che nei primi sei mesi del 2013 i corpi di polizia hanno lasciato il servizio in media a 54,8 anni. Ed i militari a 57 anni. Nel contempo, il progressivo progetto di allineamento di tali figure professionali ai nuovi requisiti pensionistici è naufragato”.
La legge Fornero dunque sta apparendo come una sorta di materiale a “tira e molla”, tirato e mollato a seconda della bisogna; e infatti “era previsto che l’attuale Parlamento approvasse una specifica norma che avrebbe portato i pensionamenti delle forze dell’ordine fino a 62 anni (riducendo gli attuali “scivoli” e le maggiorazioni degli anni di servizio svolto). Le commissioni parlamentari interpellate, tuttavia, hanno già fatto decadere il provvedimento. Con il risultato che militari e poliziotti si ritroveranno ad andare in pensione con anche 15 anni di anticipo rispetto agli altri pubblici dipendenti”.
Uno Stato a due facce, dice Anief, “se è il dipendente pubblico a chiedere di andare in pensione pur avendo, come nel caso della scuola, raggiunto i requisiti necessari, si alzano dei muri insormontabili; se invece lo stesso personale risulta senza titolarità, allora quegli stessi muri si frantumano in un batter d’occhio e i dipendenti di troppo vanno addirittura posti in quiescenza coattivamente. La legge non può essere adottata a giorni alterni, cambiandola a seconda dei comodi di chi ci governa”.