Per i dipendenti della scuola l’anno 2013 è come se non fosse mai esistito: a seguito di un accordo sindacati-Mef risalente a due-tre anni prima, quando al Governo c’era l’ultimo governo Berlusconi, quell’anno di lavoro non può avere alcun effetto, alcuna influenza dal punto di vista retributivo e, quindi, economico. Non vale nemmeno, quindi, per il passaggio da una fascia stipendiale all’altra.
Il 23 maggio scorso, la Corte di Cassazione – dopo l’udienza del 2 aprile – non si è voluta prendere la responsabilità di dirimere l’annosa questione.
Ad oggi, quindi, il 2013 è valutabile ai fini giuridici per diversi istituti contrattuali come la mobilità, la partecipazione ai concorsi e per l’individuazione dei docenti soprannumerari attraverso le graduatorie interne di istituto.
Non ha alcuna valenza, invece, per quanto riguarda le progressioni stipendiali e la ricostruzione della carriera: il 2013, in pratica, da questo punto di vista è un anno perso.
La Suprema Corte, quindi, ha di fatto messo all’angolo le tante aspettative che si erano venute a creare per il ripristino che per tanti docenti e Ata significherebbe passare un anno prima nella fascia stipendiale superiore, ma per molti anche andare in pensione con 12 mesi di anticipo.
Quindi, sempre la Cassazione ha puntualizzato che in mancanza di un intervento della contrattazione collettiva per il reperimento delle risorse necessarie, ad oggi non è possibile alcun riconoscimento retributivo dell’anno 2013.
I sindacati, che erano stati l’artefice di quell’accordo, stanno adesso esaminando la possibilità di ripristinare la validità dell’anno. Di fatto, riportando in contrattazione gli animi dei loro iscritti, non si sono mai messi l’anima in pace.
Così, il 24 marzo, in occasione dell’avvio della trattativa per il rinnovo contrattuale 2025/2027 di Istruzione, Università e Ricerca, che tra l’altro dovrebbe presentare piuttosto veloce se si pensa che già la prossima settimana, il 1° aprile, si potrebbe chiudere il cerchio.
– “Dall’incontro – ha detto Vito Carlo Castellana, coordinatore della Gilda degli Insegnanti – sono emerse le tabelle stipendiali e quanto previsto per il rinnovo contrattuale. L’aspetto positivo è che non dobbiamo aspettare: a distanza di pochi mesi dalla chiusura dell’altro contratto, abbiamo la possibilità di altri incrementi stipendiali che andranno ad affievolire la spirale inflazionistica. Oltre agli aspetti economici, restano i nodi di sempre da affrontare”, tra cui “il recupero del 2013 per 1,3 milioni di lavoratori della scuola”.
Anche Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ha spiegato, a fine confronto, che uno dei nervi scoperti della scuola è “il 2013 ancora scoperto” e quindi occorre trovare a tutti i costi il modo per finanziarlo.
Quante possibilità vi sono questo avvenga nel breve periodo? Poche, anzi pochissime. I rappresentanti dei lavoratori hanno annunciato che tenteranno di equiparare il 2023 agli altri anni, dibattendo il vulnus subito dopo avere chiuso la parte economica del progetto. In ogni caso, anche trattando il problema nell’ambito della questione normativa del Ccnl, il problema non si risolverebbe.
Servirebbe infatti un impegno non indifferente per le casse pubbliche, molto probabilmente miliardi di euro considerando che a beneficiare dell’apertura sarebbero la maggioranza schiacciante di 1,3 milioni di dipendenti. Meglio concentrarsi su cosa porterà di certo il nuovo contratto: i primi aumenti potrebbero arrivare già nel prossimo mese di luglio (il ministro Giuseppe Valditara aveva parlato di primavera 2026) e si tratterebbe in media di 80 euro in più al mese, a cui aggiungere altri 800 euro di arretrati.
Per vedere gli aumenti a regime, invece, con 136 euro di incremento medio lordo, ci sarà da attendere quasi un anno: si parla di gennaio 2027.