“Già dal 2016 ho notato che arrivavano in classe ragazzi con meno attenzione, meno capacità di concentrazione. Ho dovuto per forza dare un vaccino, un antidoto. Ho associato questo fenomeno con i cellulari dati ai bambini della primaria”, a dirlo la docente e formatrice Alessandra Irene Anzini ai microfoni de Agorà Estate, programma in onda su Rai3, lo scorso 2 settembre in merito al divieto di cellulari a scuola. VAI AL CORSO
L’esperta ha aggiunto: “L’unico spazio in cui i giovani sono sotto il controllo dell’adulta, che fa loro da guida, è la classe, 30 ore alla settimana. Qui si può gestire il fenomeno del cellulare. In quali altri momenti un adulto ha l’autorevolezza per dire di non usarlo? Mai un problema nella storia dell’uomo è stato così esteso. Ma la scuola non può risolvere tutti i problemi della società. Io in quanto docente faccio il meglio per far assaporare ai giovani la realtà, con i cinque sensi. Non è lo smartphone che fa male, ma quanto viene usato, solo sui social, scrollando. In questo caso si elimina la capacità di stare nello spazio, con l’altro, che è la premessa per l’apprendimento. La scuola non è un luogo di cura, non siamo psicologi ma pedagoghi. Le scuole invece sono diventate luoghi di cura, non di prevenzione. Dobbiamo noi pensare ai problemi della società?”.
“Usato male il cellulare è una delega. La scuola deve portare i bambini a capire e a pensare. Se si tolgono i cellulari e poi si interroga e si spiega non va bene. Da sette anni faccio una cosa diversa e i bambini non hanno mai voluto i cellulari”, ha concluso.
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