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Aggiornato il 27.02.2026
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Alunno sospeso, la madre rimprovera i docenti: “Siete invidiosi perché ha vestiti griffati”, la realtà supera la fantasia

“Siete invidiosi perché mio figlio ha vestiti griffati”: questa una delle frasi arrivate alla redazione in risposta al nostro sondaggio sulla violenza – verbale e non solo – dei genitori nei confronti dei docenti. A scriverci è stata un’insegnante che preferisce restare anonima.

Le parole della docente

La donna racconta di una sospensione disciplinare trasformata, da parte della madre dell’alunno, in un’accusa surreale: i docenti non avrebbero agito per tutelare le regole della scuola, ma per gelosia verso l’abbigliamento firmato del ragazzo. Ecco la testimonianza: “Una madre, convocata per la sospensione del figlio, mi ha gridato in faccia dicendomi che il figlio è stato punito solo perché noi professori eravamo invidiosi del ragazzo poiché sempre vestiti griffati! Le sue grida sono state sentite dalle classi adiacenti e da chi si trovava nel corridoio! Ci ha minacciati di rivolgersi ad un avvocato! La stessa madre, nel corso degli anni, mi chiamava ogni qual volta che il figlio prendeva un voto che a lei non piaceva, dicendomi che il figlio sosteneva di meritare un voto più alto!”.

Accusa ridicola?

Insomma, la realtà supera la fantasia. Perché di fronte a una decisione collegiale, motivata da comportamenti ritenuti gravi, la reazione non è stata una richiesta di chiarimento o un confronto nel merito, ma un attacco personale, quasi caricaturale. L’idea che un insegnante possa sospendere uno studente per “invidia” verso le sue scarpe o la sua felpa di marca non è solo infondata: è un’accusa che scivola nel grottesco.

Eppure, dietro il tono che potrebbe far sorridere, si nasconde un problema serio. La delegittimazione sistematica del ruolo docente. Quando ogni provvedimento disciplinare viene letto come persecuzione, antipatia o frustrazione personale, si spezza qualcosa di fondamentale: il patto educativo. La scuola non è un’arena in cui difendere l’onore del proprio figlio contro presunti nemici, ma un luogo in cui adulti diversi – genitori e insegnanti – dovrebbero condividere la responsabilità della crescita.

Testimonianza amara

Molti docenti raccontano episodi simili: accuse sproporzionate, minacce velate, insinuazioni. Non sempre si arriva alla violenza fisica, ma quella verbale basta a logorare. Perché mette in discussione non una scelta didattica, ma l’integrità stessa della persona. In questo clima, la scuola rischia di trasformarsi in un campo minato, dove ogni decisione può essere ribaltata da un sospetto o da un’offesa.

La parte più amara di questa storia è proprio questa: non la frase in sé, che sembra uscita da una commedia, ma il contesto che la rende possibile. Una distanza crescente tra scuola e famiglie, dove il docente non è più percepito come alleato, ma come antagonista. Una frattura che non fa bene a nessuno, soprattutto agli studenti, che osservano, apprendono e interiorizzano il messaggio: l’autorità si può screditare, la regola si può aggirare, la responsabilità si può sempre spostare altrove.

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