Negli ultimi anni l’aumento dell’occupazione femminile è stato un dato inconfutabile, sancito anche dall’Istat: nonostante ciò, il divario retributivo tra uomini e donne resta una delle principali fratture del mercato del lavoro italiano. Il problema è che il gap, una vera discriminazione, nasce molto prima dell’ingresso in azienda o nella pubblica amministrazione: si sviluppa negli anni di studio, nelle scelte educative sottilmente discriminatorie e nelle aspettative sociali penalizzanti che accompagnano ragazze e ragazzi già dai banchi di scuola.
I dati più recenti arrivano, come riporta l’Ansa, dal Rendiconto di genere dell’INPS, presentato qualche mese fa: purtroppo, confermano e fotografano in toto una situazione ancora molto lontana dalla parità.
Nel 2024, nel settore privato, la retribuzione giornaliera media lorda delle donne si è fermata infatti a 82,63 euro, contro i 111,25 euro degli uomini: con un gap, dunque, del 25,7%. La differenza sensibile non si spiega solo con la discriminazione diretta, ma anche con ruoli assegnati e con precise scelte lavorative, come il maggior ricorso al part time, le qualifiche più basse e la concentrazione femminile in settori meno retribuiti.
Il dato colpisce ancora di più se confrontato con il livello di istruzione: come riferisce l’INPS, le donne rappresentano quasi il 60% dei laureati triennali e il 57,8% dei laureati magistrali, ma risultano meno presenti nei corsi STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), che poi sono anche i percorsi formativi che quasi sempre garantiscono migliori opportunità occupazionali e stipendi più alti.
Il legame tra scuola e divario salariale è quindi diretto: le scelte formative influenzano in modo decisivo le carriere lavorative. Sempre secondo l’INPS, anche a parità di titolo di studio, le donne hanno tassi di occupazione leggermente inferiori rispetto agli uomini e incontrano maggiori ostacoli nella progressione di carriera.
I numeri sono chiari: solo il 21,8% dei dirigenti e il 33,1% dei quadri nel settore privato è donna. Dati che derivano, quindi, in primis con l’autoselezione scolastica: meno ragazze scelgono indirizzi tecnici e scientifici già alle superiori.
In 9 settori privati su 18 analizzati dall’INPS, le donne guadagnano oltre il 20% in meno rispetto agli uomini. Le differenze più marcate si registrano: in attività immobiliari, con un -40,2%; attività professionali, scientifiche e tecniche, con un -34,2%; ma anche con attività finanziarie e assicurative, con un -31,7%.
Nel settore pubblico, il divario si riduce leggermente ma persiste in modo chiarissimo: la media del gap si colloca infatti a un -20,5% complessivo.
Fa eccezione la scuola, dove le donne sono largamente maggioritarie e le retribuzioni risultano quasi identiche: 96,49 euro al giorno per le donne contro 96,94 per gli uomini.
Il dato, tuttavia, andrebbe “letto” e interpreato insieme a un altro importante elemento: la scuola, con circa 30mila euro lordi annui medi, è uno dei settori meno retribuiti dell’intero comparto pubblico e tra i peggiori nell’Unione europea.
C’è poi un altro nodo cruciale: quello che riguarda il tempo di lavoro. Le donne con contratto part time, tra pubblico e privato, sono 2,78 milioni, contro 1,35 milioni di uomini.
Ancora più significativo è il dato sul part time involontario: 13,7% delle donne contro 4,6% degli uomini.
Questo aspetto è strettamente legato al lavoro di gestione del nucleo familiare, che – soprattutto in presenza di bambini da crescere o anziani da assistere – continua a gravare soprattutto sulle donne.
Anche questo tema interroga il mondo della scuola, chiamato a educare alle pari responsabilità fin dall’infanzia.
Per quanto riguarda la soddisfazione rispetto al proprio salario, uno studio del Censis rivela invece che in assoluto il 57,7% degli occupati ritiene la propria retribuzione inadeguata, mentre solo il 36,1% si dice soddisfatto.
Secondo sempre il Censis, tra i giovani emerge una maggiore richiesta di equilibrio tra vita e lavoro: l’82,8% degli under 35 ritiene possibile ridurre l’orario di lavoro, ad esempio con la settimana corta di quattro giorni, contro il 64% degli over 50.
Inoltre, quasi sei giovani su dieci dichiarano di non rispondere a mail e chiamate fuori dall’orario di lavoro, segnale di un cambiamento culturale che potrebbe incidere anche sulle future dinamiche di genere.
Il problema della parità lavorativa rimane complesso. E appare lontano dal risolversi. Come ha sottolineato il direttore generale dell’INPS, Valeria Vittimberga, “la parità di genere nel lavoro non si realizza con interventi simbolici, ma con misure strutturali e misurabili”.
Una riflessione che riguarda da vicino anche il mondo della scuola: orientamento, educazione alle STEM, contrasto agli stereotipi di genere e valorizzazione delle competenze femminili sono strumenti fondamentali per ridurre un divario che non nasce nel mercato del lavoro, ma molto prima.
Investire nella scuola significa, quindi, investire anche in un futuro con più uguaglianza, sotto tutti i punti di vista.