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Docenti in vacanza per tre mesi? Una leggenda da sfatare

Sara Adorno

Ogni estate, puntualmente, ritorna un luogo comune tanto diffuso quanto falso: quello secondo cui gli insegnanti godrebbero di ben tre mesi di vacanza. Ma cosa dicono davvero i contratti, le normative e i calendari scolastici?

Secondo il CCNL del comparto scuola, i docenti di ruolo hanno diritto a 30 giorni di ferie nei primi 3 anni di servizio, che diventano 32 giorni successivamente. A questi si aggiungono 4 giorni legati alle festività soppresse, per un totale di 36 giorni all’anno. Si tratta quindi di un monte ferie analogo – se non inferiore – a quello di molti altri lavoratori pubblici.

Tuttavia, a differenza di altri dipendenti, i docenti possono usufruire delle ferie esclusivamente nei periodi di sospensione delle lezioni, come le vacanze natalizie, pasquali e il periodo estivo. Ma questo non significa che siano liberi da impegni per tutta l’estate.

La fine delle lezioni, generalmente a inizio giugno, non coincide con la fine di ogni attività scolastica. Dopo l’ultima campanella, iniziano infatti gli scrutini finali, le riunioni collegiali, le attività legate agli esami di Stato e spesso anche i corsi di recupero o potenziamento estivi, che impegnano i docenti fino a metà luglio. E in molte scuole, tra fine agosto e inizio settembre, si svolgono incontri preparatori per il nuovo anno scolastico: programmazioni didattiche, aggiornamenti normativi e riunioni di dipartimento.

Anche per i docenti con contratto a tempo determinato valgono regole precise: chi ha maturato almeno tre anni di servizio – anche non continuativi – ha diritto agli stessi 32 giorni di ferie. In tutti gli altri casi, si accumulano ferie in proporzione ai giorni lavorati (2,5 giorni ogni 30 giorni di servizio). Solo in particolari circostanze è possibile ottenere il pagamento delle ferie non godute.

I docenti, quindi, non hanno tre mesi di ferie, ma un numero di giorni regolato da contratto, distribuito nei soli periodi di sospensione delle lezioni e spesso interrotto da obblighi scolastici come esami e molto altro. A ciò si aggiunge un impegno costante, spesso invisibile, che va ben oltre l’orario in aula: le 18 o 24 ore settimanali di lezione frontale (a seconda del grado di istruzione), infatti, rappresentano solo una parte dell’attività e dell’ impegno lavorativo.

Ma forse è proprio questa “invisibilità” del lavoro docente il vero nodo da sciogliere. Continuare a ridurlo a orari e vacanze significa ignorarne la complessità, la responsabilità educativa e l’impatto sociale. Non è forse tempo di rivedere la narrazione pubblica sulla scuola?

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