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16.11.2025

Educazione sessuale e affettiva a scuola, parlarne non confonde, semmai emancipa: il progetto di Una Nessuna Centomila

Gabriele Ferrante

“Inutile girarci intorno: parlare di sesso e affettività a scuola in Italia è ancora un tabù”. Così, senza tanti preamboli, Il Resto del Carlino introduce “Educare all’affettività”, la prima ricerca nazionale promossa dalla Fondazione Una Nessuna Centomila, in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca e con il supporto economico di Gucci. La Fondazione nasce per sostenere i Centri Antiviolenza, promuovere la prevenzione e contrastare la violenza contro le donne, anche attraverso un cambiamento culturale nella società, utilizzando linguaggi artistici e immediati come la musica, il teatro, il cinema ed entrando nelle scuole italiane con iniziative educative sull’affettività, coinvolgendo insegnanti, ragazzi e ragazze. Fiorella Mannoia è la presidente onoraria, Celeste Costantino è la vicepresidente del Consiglio d’Amministrazione, che Il Resto del Carlino ha intervistato per chiarire il senso di “Educare all’affettività”, presentato da Una Nessuna  Centomila come un modello per formare docenti e prevenire la violenza di genere, guardando alle esperienze europee.

Costantino – un master in Mediazione culturale a Roma Tre, ex parlamentare eletta nella XVII Legislatura e prima firmataria della proposta di legge sull’Introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole – afferma che con questa ricerca si è voluto dare una cornice scientifica e istituzionale a tutto ciò che già si muove nelle scuole, anche in assenza di una legge. Negli ultimi anni molte realtà, dai centri antiviolenza alle associazioni, hanno portato avanti esperienze preziose ma isolate. Insieme all’Università Bicocca, la Fondazione ha analizzato i modelli europei per definire un percorso formativo accademico per gli insegnanti italiani.

L’obiettivo è garantire un approccio omogeneo, delineare un modello formativo per gli insegnanti, sulla scia dei Paesi europei in cui l’educazione sessuo-affettiva è parte integrante dei programmi scolastici. Dallo studio si passa poi alle applicazioni concrete, perché il progetto prevede un corso interdisciplinare di alta formazione per docenti, la pubblicazione di un volume divulgativo–scientifico destinato a scuole, istituzioni e stakeholder educativi, e poi seminari e incontri pubblici per la diffusione delle buone pratiche e raccomandazioni per una legge nazionale. Perché l’educazione sessuo-affettiva sia finalmente riconosciuta come strumento di cittadinanza, eguaglianza e prevenzione della violenza.

La formazione dei docenti è uno degli assi portanti della ricerca. Sono loro, infatti – continua la vice presidente –  le figure che passano più tempo con bambini e adolescenti. Sono in grado di cogliere segnali di disagio, violenza o isolamento. Oggi la violenza più diffusa è quella domestica, e non si può pensare che in famiglie dove questa si consuma quotidianamente si possa insegnare l’affettività. La scuola deve diventare lo spazio che interrompe quel ciclo, offrendo modelli alternativi. Ma questo richiede formazione, risorse, riconoscimento e un impegno politico concreto. Non si può chiedere agli insegnanti di farsi carico anche di questo senza sostegno economico e organizzativo. La Fondazione lavora grazie a enti privati, ma per rendere sistematica l’educazione affettiva serve un investimento pubblico. Una legge deve prevedere finanziamenti dedicati, non si costruisce un futuro più equo a costo zero. 

Alla domanda se le resistenze a una legge sull’educazione affettiva nelle scuole nascano dalla paura dell’indottrinamento, Costantino risponde che questa paura è costruita sul nulla, perché il racconto pubblico del Paese non coincide con la realtà: “quando entriamo nelle scuole, i genitori sono i primi a chiederci aiuto e continuità nei progetti educativi. Certo, esiste una frangia ideologica che teme la cosiddetta ‘teoria del gender’, ma quella è una costruzione priva di fondamento scientifico. Parlare di sessualità e relazioni non confonde, semmai emancipa. Significa dare strumenti per conoscersi, riconoscere i propri limiti, capire cosa sia il consenso. È un atto di libertà, non un’ideologia“. 

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