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Aggiornato il 07.12.2025
alle 21:08

Giù le mani dal liceo classico

Da qualche anno sento dire che il liceo classico non serve più e che non offre ai ragazzi uno sbocco professionale.
Non v’è dubbio che coloro che scelgono di frequentare i licei (classico o scientifico) hanno intenzione di proseguire con gli studi universitari prima di trovare lavoro.
L’attacco al liceo, però, va oltre, perché, a parere di alcuni, risulterebbe inutile studiare Cicerone o Sofocle, cimentarsi con la filosofia e la storia, tornare indietro nel tempo per conoscere le guerre puniche.

Alberto Forchielli, noto opinionista bolognese e imprenditore, innamorato della Cina e degli affari, si è esposto in tal senso lanciando strali contro la cultura classica, vergandola come assolutamente fuori dal tempo attuale.
Anche la politica sta perseguendo questa strada, attuando riforme che conducono la scuola verso lo spettro aziendalista. L’intervento più dinamico in tal senso è stata la riforma della Buona Scuola voluta dall’allora premier Matteo Renzi, in cui, oltre a concedere più autonomia alle istituzioni scolastiche, ha determinato una variazione sottile dei poteri delle figure apicali, denominandole, guarda caso, “dirigenti” e non più “presidi”, mutuando, dunque, già nella forma, termini dall’impiego privato.

Cosa c’entra tutto questo con l’avversione verso il liceo classico? C’è un sottile fil rouge che lega le critiche verso la cultura liceale con alcune decisioni politiche, che stanno, purtroppo, determinando cambiamenti nel mondo della scuola. Esso è rappresentato da alcune condizioni imprescindibili dell’attuale cultura liberista mondiale, la “velocità”, “la tecnologia “, “l”utilitarismo”.
Questi requisiti, indispensabili nella società del profitto, cozzano, prima facie, con l’umanesimo tipico della cultura classica. Le scuole tecniche e professionali vivono di applicazioni pratiche e sono funzionali al mondo dell’imprenditoria.
Non è un caso la nota riforma degli istituti tecnico-professionali (4+2), che si aggancia agli ITS post diploma. Certo, non si può assolutamente prescindere dai mestieri professionalizzanti, che sono sempre esistiti e che restano un punto fermo del made in Italy.

Basti pensare alla moda, al settore alimentare, ai servizi turistici. Allora qual è il motivo per attaccare il liceo classico? Ognuno fa il suo, la scelta dei giovani dipende dalle inclinazioni naturali. Tra l’altro, l’importanza di una scuola non esclude quella dell’altra. Vi sono figure apicali nelle aziende che hanno fatto studi classici. Purtroppo a qualcuno non basta e ritiene necessario ridurre a macerie tutto ciò che sviluppa una qualsiasi forma di pensiero critico e che solo gli studi di storia, filosofia, greco e latino possono dare.

Oggi la società è spinta ad estendersi in superficie, con strumenti rapidi e avvincenti, spazzando via ogni atteggiamento di riflessione in profondità, di derivazione storica. Non c’è tempo di pensare, bisogna produrre, consumare ad ogni costo. Ecco l’utilitarismo del fare “cose che servono” e che siano appetibili sul mercato globalizzato. In questo moderno meccanismo, il pensiero classico risulta stantìo, lento, appunto classico e quindi non mutevole. Tutto ciò che è classico dura in eterno, assume forme assolute, poco consone al relativismo del mondo liquido.

Gli stessi valori educativi possono e debbono essere continuamente trasgrediti e riformati per creare continuo movimento. E così la cultura del bello, tramandata nella storia dell’arte, la cultura della democrazia ateniese, la polis, il pensiero socratico, diventano quasi nemici della smania per la competenza, anzi pericolosi, perché fermano il tempo e inducono a riflettere e conoscere.
Oggi si sproloquia tanto sulla “competenza”, sul saper fare, sui compiti di realtà, sulle soft skills, sulle unità di apprendimento, sui progetti da fare nelle scuole, con l’uso di inglesismi per indorare la pillola, a discapito della conoscenza che gli studenti dovrebbero ricevere dalla scuola.
Non è un caso, ancora, l’aumento di giovani  privi di fantasia incapaci di scrivere anche un semplice tema (oddio ho usato la parola tema!), inclini ad utilizzare l’intelligenza artificiale, per raccontare le loro emozioni o che commettono gravi errori di ortografia.

Anche l’educazione civica, così come concepita, non è altro che burocrazia per lavarsi le mani, ma è priva di umanesimo. Quando mi iscrissi alle scuole superiori optai, in un primo momento, per l’istituto turistico, ma già prima che cominciasse la scuola scelsi il liceo classico. Non mi sono mai pentito della scelta, anche solo l’aria che ho respirato in quella scuola mi ha fatto comprendere che il passato, il presente e il futuro non sono mondi separati, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma un continuo divenire, un unico ponte su cui si possono riscoprire quelle tracce di un’umanità che questo mondo rozzo e social-cafone, sta lentamente perdendo.

Giuseppe Racco

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