Home I lettori ci scrivono Globalizzazione e “paziente zero”: l’ideologia della città globale

Globalizzazione e “paziente zero”: l’ideologia della città globale

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È proprio in questi giorni che l’Italia sta sperimentando la capacità reattiva ad un evento di emergenza sanitaria che in tempi di modernità globale appariva fino a qualche mese fa impensabile, di facile dominio e di assicurata risoluzione. Uno Stato Nazionale che si stava impegnando a superare le difficoltà di amministrazione e gestione delle risorse, in un quadro di appartenenza politica europea ormai in crisi, dopo questi anni di scarse scelte governative di spessore, prive di scuola di pensiero e nel tentativo (poco probabile) di rassicurare la propria immagine nell’opinione mondiale, resistendo con i propri punti di forza.

Il mondo, come un grande building dove in sale dedicate ogni “condomino” amministra autonomamente le sorti dei componenti della propria “famiglia”, mediante articolate relazioni ed equilibrate scelte di potere (influenzate/influenzabili) tenendo conto, ove possibile, delle conseguenze e degli effetti di queste su tutti i “condomini e le rispettive famiglie” in un determinato contesto storico. Eppure, dopo un glorioso e non breve periodo di globalizzazione con tutti i pro e i contro ancora in analisi e discussione da vari studiosi e teorici, accademici e non, ecco emergere la necessità di mettersi alla prova concreta con un piano strategico ed efficace, immediato e contenitivo del problema presentato. Ma non per come avviene in prove di evacuazione e sicurezza nei pubblici uffici, a cui eravamo abituati a cadenza annuale.

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Una very emergency, che non ha trovato pronti, informati e preparati tutti allo stesso modo o quantomeno qelle istituzioni pertinenti ad agire e far perseguire lo stesso codice (primo punto di debolezza). La confusione iniziale può essere normale se l’evento che ci aggredisce non era prevedibile all’uomo che, dopo lo stimolo reattivo, come innato meccanismo di difesa, deve produrre meccanismi di adattamento. Purché, questa confusione iniziale allo stimolo sconosciuto, sia breve e permetta di produrre immediatamente dopo, un processo comunicativo non disfunzionale che possano qualificare azioni di cooperazione e coordinare nei tempi successivi eventuali variabili e modifiche richieste nell’evolversi dell’emergenza. Proprio come avviene per la gestione di una grande azienda complessa, dove dirigenti competenti operano scelte decisionali e misure più consone per affrontare, con i criteri più solidi di problem solving, l’evento improvviso e inaspettato.

Eppure, proprio il nostro Paese, situato dall’altra parte del globo rispetto a Wuhan, città cinese isolata dallo scorso 22 gennaio e da cui è iniziata la diffusione del coronavirus (Covid-19), è diventato il terzo Paese veicolo di contagio, per il numero di maggiori pazienti risultati positivi al test del tampone faringeo. In principio, dopo la manifestata solidarietà mondiale, soprattutto nell’intreresse diplomatico di non intaccare e sminuire il valore storico e politico dello spazio Schengen, i dati mediatici in costante aggiornamento, informano dell’incremento del numero delle persone contagiate e con esso della percentuale dei decessi riferiti alla età “adulta” e con pregresse patologie quali elementi deterrenti della ” nuova “malattia. In una buona parte della popolazione insorge una forma di “isteria collettiva”, molti affollano supermercati e punti vendita di alimentari e si affrettano all’isolamento. Tutti ricorrono alle norme igieniche raccomandate (che dovrebbero già essere incardinate in sane abitudini di vita) e prestano attenzione alle informative sanitarie per contenere il pericolo di infezione. Ma inaspettatamente, insieme al virus, un’altro germe più potente riaffiora alle nostre reazioni, come per le antiche epidemie portate alla conoscenza da scrittori e storici: la paura. Germe che nell’era delle città globali ci riconferma identiche reazioni come per le epoche passate. Dapprima rischiamo il riemergere razziale sulla comunità cinese e ci imbattiamo in un duplice conflitto : mantenere comportamenti che tutelano le discriminazioni di cui tanto ci sentivamo attivisti o ridurre i contatti, evitarndo i loro esercizi commerciali nella parvenza di legittima precauzione e prendendo adeguate misure politiche di tutela con il paese “focolaio”? Ma di questo punto i dati ci hanno dimostrato che il virus covid19 ha viaggiato in business class con i nostri menager della Regione Lombardia, la più attiva economicamente in Italia e nel mondo e quasi piagata dalla quarantena. Subito dopo un’altra crepa storica rischia di riaprire un’antica ferita sull’ ” Unita’ Nazionale” proprio in anni in cui siamo inglobati sia nell'”Unita’ Europea” che nell'”Unità Mondiale”. Uno spirito Nazionale conquistato solo qualche secolo fa e di cui le pagine di storia ancora non sono invecchiate, viene rivisitato dalla superficialità del sapere storico di alcuni protagonisti dell’ignoranza moderna. Rientrano in gioco i vecchi confini tra Nord e Sud “Italia”.

Si scatenano fake news, battute di pessimo gusto ed esaltazioni sulla disavventura che non ha impattato le Regioni del Sud ma ha colpito proprio quelle arterie di maggiore competizione produttiva ed economica del nostro Paese, oltre che della Formazione e Istruzione Universitaria di maggior rilievo, messe in isolamento preventivo con la riduzione delle relazioni sociali (Lombardia, Veneto, Piemonte). Una certa rivalsa emerge sia attraverso i social che dai media, le Regioni escluse al momento dal contagio si sentono quasi “razza superiore” o territorio privilegiato a reggere una competizione in negativo.

Emerge dunque la stratificazione più arcaica della mente umana, avanza sulla scena ancora quella fetta di populismo che non ha superato i limiti imposti dalla scarsa conoscenza per acquisire l’ampio significato di ” alleanza terapeutica ” in un momento di precarietà che investe non il concittadino, il corregionale o il connazionale ma l’umano in generale.

Come possiamo dunque sentirci pronti e preparati ad essere cittadini del mondo con questa permanenza di restrizioni di pensiero e pregiudizio da sub-cultura che ancora germina nei nostri tessuti neuronali? E mi domando ancora se proprio dai settori dell’Educazione, dell’Istruzione e della ricerca Pedagogia debbano provenire più impulsi per rafforzare obiettivi di formazione  per le future generazioni, orientati all’accrescimento delle sensibilità morali ed umane, magari ritornando a studiare la storia del pensiero scientifico e filosofico allo scopo di ricostruire con consapevolezza un corredo genetico senza confini.

La realizzazione di un potenziamento didattico non richiederebbe il sostituire o il sacrificare gli attuali obiettivi indirizzati al raggiungimento del successo formativo dei nostri giovani, sia per esigenza Nazionale che Europea, e indispensabile a padroneggiare sempre più innovative competenze provenienti dal mondo globale.

Ed è proprio questo piccolo deficit formativo che mi pone un quesito di riflessione: quanto senso di responsabilità risiedeva nella coscienza dei manager “paziente Zero e paziente Uno” per non aver adottato le giuste misure di sicurezza per se stessi e per la comunità, chiedendo spontaneamente una visita preventiva invece che aggirare come una sfida le comuni norme sanitarie alla base del codice deontologico? Il Governatore della Regione della mia città, Matera, emana un’ordinanza che vieta i contatti con le persone provenienti dalle zone “rosse” ma non predispone un piano sanitario. Il messaggio che passa è indelicato per quanti figli di questa terra vivono, studiano e lavorano in queste zone considersate focolaio. Eppure la mia insigne “città della cultura”, emersa alla ribalta mondiale da pochi anni, fa vacillare il principio ideale dell’attestazione onoraria spingendo verso un equivoca ingratitudine che già in passato l’aveva marchiata con una etichetta tale da emarginarla alla stessa nazione prima e al mondo geografico dopo.

Il governatore del Veneto esterna affermazioni forti a denigrare i cinesi con frasi inverosimili non ha ricordato che l’Istituzione alla sua guida, imposta alla economia mondiale da secoli, è il primo cittadino di una Regione che vanta i natali di un coraggioso esploratore di confini e delle prime forme di mondializzazione, Marco Polo.

Il Governatore della Lombardia, in un momento di emergenza e necessità di dialogo tra le informazioni, le scelte decisionali e i dovuti provvedimenti per contenere la gravità del contagio, affascinato e “contagiato” dall’effetto dei social divulga il suo tentativo di indossare in maniera maldestra una semplice mascherina protettiva.

L’elastico delle informazioni, le contraddizioni e le incongruenze del caso, il numero dei contagiati che intanto non si arresta, i pochi i decessi ma anche i pochi guariti rispetto al numero dei contagiati, la preoccupazione degli imprenditori delle Regioni di allerta di riprendere le attività di produzione, risuonano come duplice allarme per i nostri governanti, che da un lato tentano di affrontare e gestire l’emergenza sanitaria nel modo considerato piu corretto, non tanto per l’effetto letale che il virus potrebbe comportare in assenza di un protocollo terapeutico mirato, ma per la carenza dei posti ospedalieri nei reparti di infettivologia che potrebbe comportare congestione dei ricoveri per il numero maggiore di ammalati; ed in parte dalla necessità di non creare allarmismi per tamponare ad una drastica caduta del nostro PIL con le dannose conseguenze all’economia europea e mondiale. Sforzi risultati vani poiché, pian piano, ogni altro Paese nel mondo ha comunicato sia il numero dei propri contagiati, attribuendone derivazione italiana, sia proprie misure di sicurezza nei confronti del nostro Paese, generando in quegli animi abituati all’apertura di territori di un mondo globale, un senso inquietante di solitudine umana.

Nell’era globale abbiamo compreso che le pratiche governative di ogni paese oltre che a influire sul benessere degli altri, sono indirizzate anche a gestire una comunanza umana che non passi soltanto attraverso interessi economici di mercati globali. Ma quando si dice che i mali non arrivano mai da soli, proprio mentre l’Italia è nel vivo rigore dell’ emergenza sanitaria laddove deve “tamponare” (oltre che potenziali pazienti) ogni settore di ricaduta, che di conseguenza si è reso fragile, giunge un vecchio contenzioso sul panorama politico europeo: un nuovo ricatto (forse piu resistente del covid-19) a minacciare la salute di una alleanza politica per gestire le immigrazioni che approdano nel nostro bacino. Il premier turco spinge i profughi provenienti dalla Siria verso la Grecia, vantandosene, privo di ogni retorica, con la furia disumana di chi da valore in moneta ad un cadavere che voleva migliorare la propria vita. La corsa agli approvvigionamenti opportunistici, in tempi di difficoltà, non arresta alcuni statisti che preferiscono passare alla storia come difensori di ideali della propria terra lungi dalle visioni in difesa della dignità e delle libertà di ciascun essere umano.

E le paure globali rischiano di aumentare o rafforzare la regressione.

È in pochi attimi che certezze potrebbero vacillare, modernità regredire e le civiltà apparentemente preparate asfaltare anni di città globali, di idee di mondializzazione, di incardinati pensieri e valori universalmente tutelabili.

Anna Maria Suriano