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Greenpeace: col Recovery plan più armi che scuole

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Hanno sempre sostenuto che il Recovery plan doveva essere incentrato su scuola, sanità e sfida ai cambiamenti climatici, e in modo particolare: 1) digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3) infrastrutture per la mobilità; 4) istruzione, formazione, ricerca e cultura; 5) equità sociale, di genere e territoriale; 6) salute.

E invece, secondo quanto si legge sul quotidiano Domani, esso rischia di diventare il Piano per la competitività del sistema produttivo. Armi comprese. 

Tra la lista delle cose da fare, i progetti del ministero dell’Istruzione si fermerebbero a poco meno di 27 miliardi di euro; quelli del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali non arrivano a 30 miliardi, quelli del ministero della Salute superano di poco i 64 miliardi. 

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Eclatante però il caso del ministero dello Sviluppo economico con una mega richiesta per potenziare la «filiera industriale aerospaziale e della difesa» – compresi i velivoli di attacco – sotto l’etichetta «industria sostenibile». 

Il ministero chiederebbe, secondo Domani, 25 miliardi (ridotti a 12,5 nel documento del 27 agosto) per “consentire al comparto un salto tecnologico nella ricerca, nell’innovazione e nella costruzione di piattaforme duali ad elevatissime prestazioni, con ridotto impatto ambientale, totale sicurezza cyber ed innovazione digitale: elicotteri di nuova generazione FVL, aerei di sesta generazione, tecnologia sottomarina avanzata, tecnologia unmanned intersettoriale, I.A., navi”. Ovvero, secondo la Rivista italiana difesa: i cacciabombardieri multiruolo TEMPEST, i sottomarini U-212 NFS, le nuove unità anfibie, i nuovi cacciatorpediniere e gli elicotteri di nuova generazione FVL, «una sorta di F-35 ad ala rotante». Chi già faticava a digerire la mancata sospensione dell’acquisto dei cacciabombardieri della Lockheed Martin malgrado la crisi economica e l’emergenza sanitaria, rischia ora di dover ingoiare anche l’acquisizione dei suoi “fratelli” ad ala rotante. Addirittura con i soldi del Recovery. Che sarebbero dirottati dal MiSE anche su Tecnologie emergenti e Space Economy. 

Inquietanti i termini come “intelligenza artificiale” e “unmanned” (senza equipaggio), che, in un contesto di difesa e sicurezza, possono riferirsi allo sviluppo dei famigerati “killer robots”: armi pienamente autonome in grado di uccidere potenziali nemici senza alcun controllo umano. 

Anche il ministero della Difesa richiede fondi per l’intelligenza artificiale, oltre che per la cybersicurezza, il 5G, la digitalizzazione, l’addestramento “sintetico”, lo spazio, la “mobilità sostenibile” e “l’energia pulita”. Totale richiesto dalla Difesa: 15 miliardi di euro. 

Dichiara Greenpeace Italia: «Troviamo insensato che questi progetti concorrano ai fondi per la ripartenza quando – se guardiamo alla situazione reale del Paese – gli ospedali rischiano nuovamente di riempirsi di malati di Covid-19 e tantissime scuole hanno iniziato le lezioni senza banchi o docenti» 

E intanto, pubblica Domani, mancano i soldi per lo screening sanitario in tempo reale di docenti e studenti. Problemi nuovi che si aggiungono a quelli pregressi: secondo gli ultimi numeri di Legambiente-Scuola, il 30 per cento degli edifici scolastici necessita di manutenzione urgente, oltre la metà non ha l’agibilità, circa l’8 per cento si trova in area sismica 1, la più pericolosa, senza un adeguamento antisismico. Come evidenziato anche dalle linee guida del governo, in Italia l’incidenza dell’abbandono scolastico è al 13,5% contro il 10,6% della media europea, mentre i risultati scolastici misurati da test internazionali sono inferiori alla media dei paesi Ocse e Ue. 

«Con 12,5 miliardi, pari al costo per l’impiego annuale di circa 300mila insegnanti, potremmo finalmente-sostiene Greenpeace Italia- risolvere alcuni dei problemi più urgenti della scuola italiana. Ma per il nostro Governo la priorità è produrre elicotteri e aerei di attacco». 

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