Vorrei accendere un faro su una delle tante “storture” che affliggono il mondo della scuola, dove il merito e la formazione vengono sbandierati nei convegni ma calpestati nei fatti. Parlo della figura del Mobility Manager scolastico, l’esperto che dovrebbe rivoluzionare il traffico e l’inquinamento attorno ai nostri istituti.
Il caso è emblematico: per ricoprire questo incarico, un docente deve affrontare un percorso di formazione specialistica obbligatoria di almeno 16 ore. Un aggiornamento doveroso, tecnico e impegnativo. Il problema sorge quando si passa alla cassa: i contratti integrativi legati al Fondo d’Istituto (FIS) riconoscono spesso al Mobility Manager un forfettario di sole 5 ore annue.
Siamo di fronte a un’offesa alla logica, prima ancora che alla dignità lavorativa: lo Stato (e l’Istituto) riconosce a un professionista meno di un terzo delle ore spese solo per imparare a fare il proprio lavoro, senza contare le decine di ore necessarie poi per redigere i Piani di Spostamento Casa-Scuola (PSCL), interloquire con i Comuni e gestire le emergenze trasporti.
Come può un sistema definirsi serio se:
Il CSPI (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione) aveva già avvertito: senza un finanziamento ad hoc esterno al fondo d’istituto, questa figura è destinata al fallimento o allo sfruttamento.
Chiedere a un docente di formarsi per 16 ore per poi pagargliene 5 per l’intero anno di lavoro non è “ottimizzazione delle risorse”: è mancanza di rispetto per la professionalità docente. Se la mobilità sostenibile è una priorità del Paese, che venga pagata con risorse reali, e non con i resti di un bilancio scolastico sempre più misero.
Antonio Cummo