Il reclutamento del personale docente è stato presentato negli ultimi anni come il terreno su cui misurare l’efficienza e il “merito” della scuola pubblica.
In realtà, il sistema dei concorsi si è trasformato in un meccanismo arzigogolato e frammentato che non garantisce né stabilità né continuità didattica. Con la riforma legata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, introdotta dal decreto-legge 73 del 2021 e ridefinita dal decreto-legge 36 del 2022, l’accesso all’insegnamento è stato spezzato in più fasi successive: dal concorso, passando poi al contratto a tempo determinato finalizzato al ruolo, al percorso abilitante universitario svolto durante l’anno scolastico, per giungere infine all’inizio dell’anno di prova. Un iter che può estendersi per tre anni e che non trova paragoni in nessun’altra professione regolamentata.
In questo arco di tempo il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha bandito tre concorsi PNRR consecutivi, dichiarando complessivamente oltre 90 mila posti. Tuttavia, una parte consistente di queste cattedre è rimasta senza vincitori, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecniche e nelle sedi più periferiche e gli stessi posti sono stati quindi ribanditi nei concorsi successivi, finendo per essere conteggiati più volte come “nuove assunzioni” senza tradursi in reali immissioni in ruolo.
Il risultato è un sistema che produce dei meccanismi di selezione ripetuti sugli stessi posti, senza ridurre in modo significativo il numero dei precari, andando a coprire difatti solo il turn over.
A questo si aggiunge un elemento raramente considerato nelle analisi ufficiali: in molti casi agli stessi concorsi hanno partecipato le stesse persone due o tre volte. Docenti non risultati vincitori nelle prime procedure, oppure vincitori in regioni lontane dalla propria residenza, hanno tentato successivamente di riavvicinarsi concorrendo di nuovo. Molti candidati hanno scelto inizialmente le regioni del Centro-Nord, dove per la propria classe di concorso era disponibile un numero maggiore di posti, per poi ripresentarsi nei concorsi successivi nella regione di origine quando si sono liberate nuove cattedre. Questo ha contribuito a gonfiare i numeri delle assunzioni e ha imposto a migliaia di precari spostamenti continui nel giro di poche settimane, con costi di viaggio e alloggio interamente a proprio carico, e a pagare il prezzo più alto sono stati soprattutto i docenti provenienti dal Mezzogiorno.
Chi riesce a vincere un concorso, peraltro, non ottiene automaticamente il ruolo. L’assunzione avviene con un contratto a tempo determinato e l’obbligo di iscriversi a percorsi universitari pomeridiani e nel fine settimana, tra lezioni teoriche, un tirocinio diretto e indiretto e una nuova prova finale con lezione simulata, seguita poi dall’anno di prova. Difatti si tratta di tre anni consecutivi di verifiche per essere riconosciuti idonei all’insegnamento, con un carico di lavoro che può superare le 60–70 ore settimanali sommando attività scolastica e formazione. Il tutto a pagamento, con costi compresi tra 1.800 e 2.500 euro anche nelle università pubbliche, spesso in modalità a distanza e con programmi che ripropongono contenuti già sostenuti per l’acquisizione dei 24 CFU. Parallelamente è cresciuto un mercato dei titoli e delle certificazioni, comprese le attestazioni linguistiche che non sempre trovano riscontro nelle competenze effettive. La cronaca recente ci ha raccontato le tristi vicende di scuole di formazione farlocche, veri diplomifici che hanno permesso a migliaia di docenti dalla dubbia morale di scalare le graduatorie delle supplenze e dei concorsi.
Il sistema concorsuale in atto non si innesta su un quadro di reale stabilizzazione, ma su una precarietà strutturale ormai cronica. Negli ultimi anni i contratti a tempo determinato nella scuola hanno superato stabilmente le 200 mila unità annue, arrivando oltre quota 250 mila nell’anno scolastico 2023/24. Non si tratta solo di supplenze brevi per assenze temporanee, ma anche di posti vacanti al 30 giugno o al 31 agosto che da decenni non vengono trasformati in organico di diritto. Una massa di incarichi strutturali mantenuti nella dimensione del tempo determinato, in aperto contrasto con le ripetute indicazioni dell’Unione europea che, attraverso procedure di infrazione e condanne, ha intimato allo Stato italiano di superare l’abuso dei contratti a termine e di stabilizzare il personale con almeno 36 mesi di servizio.
Ed è anche in questo contesto che si colloca la quotidianità dei docenti precari storici e per giunta pendolari, in particolare nell’infanzia e nella primaria. Migliaia di insegnanti rispondono ogni giorno a convocazioni per supplenze anche di poche ore, spostandosi all’alba verso nodi di smistamento informali in attesa di una chiamata. Sui treni regionali affollati da maestre e insegnanti che per necessità spezzano la notte, dormendo metà a casa propria e metà in viaggio verso scuola, prende forma un’infrastruttura invisibile che consente l’apertura delle classi e la continuità delle lezioni. Un pendolarismo forzato che supplisce alle carenze dell’organico di potenziamento e che comporta costi economici rilevanti, spesso superiori al 20 per cento del salario, mai rimborsati. E tra costoro ci sono anche migliaia di assistenti amministrativi e tecnici e collaboratori scolastici (il personale ata) senza i quali in molti casi numerose scuole periferiche e in aree disagiate non potrebbero aprire.
Di fronte alle critiche, il Ministero ha richiamato gli obblighi europei del PNRR e le riforme varate dai governi precedenti. Ma nessuna norma europea impone di mantenere centinaia di migliaia di precari ogni anno né di scaricare sui lavoratori i costi della formazione obbligatoria. I dati sulle assunzioni e sulla copertura degli organici non cancellano il dato di fondo: la scuola continua a funzionare grazie a una precarietà strutturale. Misure come la possibilità di conferma del docente di sostegno su richiesta delle famiglie o l’estensione della Carta del docente alle spese di trasporto dei supplenti restano interventi parziali, che non incidono.
Per un Ministero che ha fatto del “merito” una parola identitaria, il sistema attuale non seleziona i più competenti, ma chi riesce a resistere più a lungo a costi, incertezze e mobilità forzata. Serve un cambio di rotta netto: trasformare i posti vacanti in organico stabile, rendere l’abilitazione gratuita e integrata nei percorsi universitari, superare la logica dei concorsi ripetuti sugli stessi posti e avviare un vero piano di assunzioni, accompagnato dalla riduzione del numero di alunni per classe. In questo contesto la precarietà non è più un incidente di percorso: è diventata l’ingranaggio centrale del sistema di reclutamento. Finché la logica ragionieristica continuerà a prevalere sulla stabilizzazione del personale, la continuità didattica resterà un obiettivo proclamato e sistematicamente smentito dalla realtà delle scuole. E a farne le spese, in coda a questo treno di problematiche, sono sempre le alunne e gli alunni.
Daniela Perrone Esecutivo COBAS Scuola di Roma e provincia
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