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I Pas e il merito: 40 prof universitari contro i Tfa speciali

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Con l’attivazione dei PAS, sottolineano fra le altre cose i 40 docenti universitari estensori della lettera di protesta, “ai quale si accederà SENZA concorso”, si assiste all’ennesima “sconfitta del merito e del principio della selezione, l’ennesima vittoria di una visione dell’insegnamento per la quale basta aver messo piede dentro la scuola per sentirsi in diritto di non essere mai più esaminati né controllati nelle proprie competenze”.
Di contro gli abilitati con TFA ordinario costretti a stare “fermi un giro, in attesa di essere raggiunti l’anno prossimo dai miracolati del PAS. Questo incredibile raggiro va spiegato nel dettaglio, chiedendo un po’ di collaborazione al lettore che non necessariamente è un esperto di quel meccanismo infernale che sono le graduatorie per le supplenze scolastiche. Avendo ottenuto l’abilitazione, i tieffini avrebbero avuto diritto a presentare domanda di iscrizione nelle graduatorie di istituto per la II fascia, quella riservata ai docenti abilitati; e invece no, le graduatorie di istituto non sono state riaperte quest’anno, così i tieffini sono rimasti in III fascia, quella riservata ai non abilitati, e si vedranno passare avanti gli iscritti in graduatoria che hanno più anzianità e dunque più punteggio, ma che NON hanno superato né il concorso per il TFA né il relativo corso. L’anno prossimo, poi, quando le graduatorie verranno riaperte, si potranno iscrivere alla fascia degli abilitati sia i tieffini sia gli abilitati coi PAS, che avendo maggiore anzianità di servizio avranno comunque la precedenza nell’assegnazione delle supplenze”.
Partendo da questa considerazione i prof universitari gridano alla scandalo e aggiungono che “la salvaguardia del principio del merito non è una battaglia “di destra”.
Noi che firmiamo questa lettera siamo docenti universitari di materie umanistiche, e abbiamo deciso di intervenire su questo tema che ci sta particolarmente a cuore, per ragioni che cercheremo di spiegare brevemente. Sia la scuola sia l’università scontano, ormai da decenni, un fraintendimento ideologico perniciosissimo: quello che vede come il fumo negli occhi la salvaguardia del principio del merito. Difendere il merito, selezionare con coscienza i migliori, non è una battaglia “di destra”, come mostrano di credere molti addetti ai lavori; è al contrario, come invano vengono ripetendo da anni alcune voci isolate, una battaglia che dovrebbe essere fatta propria anche dalla sinistra. Infatti, una scuola nella quale gli insegnanti non vengono selezionati in base al merito ma solo in base all’anzianità di servizio è condannata alla subalternità; e a sua volta, un’università che laurea tutti i suoi iscritti, anche i peggiori, regalando voti alti a prescindere dall’effettiva capacità, è un’università il cui titolo di studio si svaluta in proporzione. E in questo quadro, non mancheranno mai prestigiose scuole e università private che lucrano sulla situazione attraendo iscritti le cui famiglie possono permettersi rette elevate; mentre il sistema di istruzione pubblica scivola fatalmente, in molti suoi comparti, verso una condizione di parcheggio dequalificato.
Ma anche le università, sostengono i firmatari della lettera, subiscono le ingiurie della necrosi del merito e “ci sentiamo specialmente danneggiati da questa ennesima beffa alla selezione meritocratica. Infatti vediamo tutti i giorni i guasti prodotti dal criterio in base al quale, se un Ateneo non laurea una cospicua percentuale dei suoi iscritti, è penalizzato poi nella ripartizione delle risorse ministeriali. Se però, come nel caso delle discipline umanistiche, l’appeal lavorativo è basso, si cerca di attrarre gli iscritti evitando test d’ingresso troppo selettivi; perché anche un basso numero di iscritti penalizza nella ripartizione delle risorse. E questi iscritti poi si cerca di portarli alla laurea in ogni modo, rinunciando in molti casi a una delle funzioni che dovrebbero essere centrali nel nostro compito: una seria valutazione della preparazione degli studenti.”
“E’ davvero una giusta battaglia, una battaglia “di sinistra”, difendere questi precari della scuola ad ogni costo, anche contro altri precari che sono più preparati e che hanno accettato di sottoporsi a un concorso sulla loro materia di insegnamento?
La decisione ministeriale, tuttavia, ci sembra specialmente ingiustificabile; ci sembra ingiustificabile la resa di fronte a pressioni corporative, miopi, e con una buona dose di aggressività ai limiti dell’intimidazione (il coordinamento dei precari che chiedevano un TFA speciale, oggi PAS, arrivò in alcune sedi a denunciare ai Rettori la presenza nel loro Ateneo di docenti firmatari di un appello contro l’attivazione di un percorso abilitante speciale senza concorso).
La scuola ha bisogno di politiche di reclutamento certe, stabili nel tempo: politiche che mettano al centro la competenza nelle specifiche materie di insegnamento. Finché questo obiettivo non sarà perseguito con coerenza e con continuità, non avrà molto senso sproloquiare di eccellenza e di qualità della ricerca. Non si può chiedere all’università qualcosa che alla scuola non si chiede, perché le due istanze formative sono legate tra loro in modo strettissimo. Se l’eccellenza e la qualità non possono proiettarsi sulla scuola, quest’ultima rimarrà sempre l’ultima ruota del carro, e l’amara conclusione che se ne trae è che della preparazione dei suoi professori – e dunque, di quella degli studenti – in realtà non importa a nessuno. Non ci si rende però conto che, in questo modo, anche l’università si svuota di senso; che la catena della trasmissione del sapere si smaglia; e che il sistema formativo, che fa già acqua da tutte le parti, rischia definitivamente di affondare”.

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