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Il Covid ha messo a nudo i problemi della scuola e ancora si fa poco per risolverli

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Il Covid, con tutte le problematicità che ha messo a nudo nel mondo della scuola, dalle  infrastrutture fatiscenti alle  difficoltà organizzative, dai limiti della didattica a distanza ai banchi a rotelle e tanto altro ancora, dovrebbe far riflettere sulle tante demagogie che finora l’hanno percorsa.

Nella foga dello “scarica-barile”- scrive Andrea Ciffoli su Lavoce.it-  ci si è troppo spesso dimenticati che i problemi dell’istruzione e della formazione sono profondi, hanno radici lontane e nulla si è fatto nel corso degli anni per porvi rimedio.

Uno riguarda il tasso di abbandono scolastico, “diminuito pochissimo in Italia, dal 15 per cento nel 2014 al 14,5 per cento nel 2018, rimanendo tra i più alti d’Europa e ben sopra la media Ue (10,6 per cento)”  e in Italia “in una classe di venti alunni, tre gli studenti lasciano gli studi prima dei 16 anni. Un problema che riguarda in primo luogo le regioni del Sud”, a cui si aggiunge “una qualità mediocre dell’apprendimento”.

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Ma non solo, secondo Ciffoli, “anche la partecipazione degli adulti all’istruzione e alla formazione è insufficiente. Infatti, il tasso di partecipazione è rimasto stabile all’8,1 per cento negli ultimi anni, mentre è pari all’11,1 per cento in Europa. Vi sono poi forti disparità territoriali e di genere nelle opportunità di lavoro, che si riflettono in un tasso di occupazione dei giovani laureati più basso al Sud e tra le giovani donne”.

E ancora. È pure noto che “la spesa pubblica per l’istruzione è più bassa che in altri paesi avanzati ed è persino diminuita”, mentre “il Fondo sociale europeo ha destinato 5,5 miliardi nel 2014-2020 (circa 782 milioni l’anno) a interventi contro l’abbandono scolastico (48 per cento del totale), a iniziative per migliorare l’accesso all’educazione terziaria (19 per cento), all’apprendimento permanente (8 per cento) e all’avvicinamento dei sistemi di istruzione al mercato del lavoro (25 per cento) (figura 4). I progetti finanziati contano circa 1 milione e 700mila partecipazioni e, per esempio, sono stati importanti per sostenere l’istruzione fuori dall’orario scolastico ordinario, per sviluppare competenze di base e digitali, per la lotta al disagio o per la formazione professionale. Nonostante i risultati ottenuti, l’efficienza nell’utilizzo delle risorse non è stata pienamente soddisfacente se si considera che l’Italia ha speso il 23 per cento delle risorse programmate a fine 2018, contro una media Ue del 27 per cento. Ciò riflette principalmente i ritardi nell’avvio dei programmi operativi, insieme a una limitata capacità progettuale e amministrativa legata a insufficiente personale competente nella gestione dei progetti”.

Ma questo non è il solo problema. Da un punto di vista finanziario le risorse europee sono come gocce nel deserto: il loro ammontare è limitato, visto che rappresentano circa l’1,2 per cento della spesa pubblica annuale per istruzione, e quindi dovrebbero integrare l’azione dello stato, favorendo la sperimentazione di interventi innovativi. Di fatto, invece, vengono utilizzati per tamponare la mancanza cronica di investimenti pubblici. O l’Italia si decide a sostenere seriamente l’istruzione, tagliando spese meno strategiche, oppure non c’è speranza di risolvere i problemi”. 

Se c’è un “problema scuola”, chiosa Ciffoli, “la causa non è il Covid, ma sono le scelte fatte dalle classi dirigenti da molti anni a questa parte, e da chi le ha votate, che hanno preferito non investire sul futuro dei giovani”. 

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