Gentile Ministro,
le scrivo dalla montagna. Lo so, forse non è il luogo più adatto per parlare di scuola. Ma nel mese di luglio noi insegnanti facciamo una cosa rivoluzionaria: proviamo a riposarci e a recuperare energie per affrontare un nuovo anno scolastico. Anche se, a giudicare da come veniamo raccontati, sembra quasi un abuso.
Ho letto le sue dichiarazioni sui risultati delle prove INVALSI. Mi ha colpito una frase: «Ci avevamo visto giusto.» È curiosa.
Perché a scuola, quando una verifica va male, noi insegnanti non diciamo mai: «Avevo ragione.» Ci chiediamo piuttosto: «Dove ho sbagliato? La prova era adeguata? Ho dato agli alunni gli strumenti necessari?» Qualche volta succede perfino una cosa impensabile: ammettiamo che la verifica fosse costruita male. È uno dei pochi mestieri in cui l’autocritica è ancora compresa nel contratto, anche se non viene retribuita.
Per questo mi ha sorpreso leggere che, davanti a risultati certamente da analizzare, il Ministero sia arrivato così rapidamente alla conclusione opposta: «Avevamo ragione noi.» Mi aspettavo almeno un dubbio. Una domanda. Poi mi sono detta che forse dubitare è una deformazione professionale degli insegnanti e i Ministri hanno meno tempo per farlo.
Sia chiaro: non appartengo a quella parte di insegnanti che considera le prove INVALSI un male da abolire. Credo che uno strumento di valutazione nazionale sia utile. Ma una valutazione ha senso solo se genera domande prima ancora che risposte e diventa occasione di miglioramento. Quando serve soltanto a distribuire colpe o a confermare convinzioni già maturate, perde gran parte del suo valore.
Poi leggo: «Più grammatica, più sintassi, una nuova didattica della matematica…»
La scuola italiana è probabilmente l’unico luogo in cui ogni problema sembra risolversi con un più. Più grammatica. Più matematica. Più progetti. Più documentazione.
Però nella scuola esiste una formula che non compare nei libri: se agli insegnanti si chiedono ogni anno più adempimenti, più riunioni, più piattaforme e più corsi, mentre il tempo resta sempre lo stesso, il risultato non è mai più scuola. È soltanto un insegnante più stanco.
C’è poi un’altra questione. Sembra che oggi il valore della scuola si misuri quasi esclusivamente dalla matematica. È una disciplina fondamentale e la insegno con amore da oltre vent’anni. Ma davvero il futuro del Paese dipende soltanto dalle competenze matematiche dei bambini della primaria? È rassicurante sapere che Dante, Michelangelo, Verdi, Calvino e Fellini siano vissuti prima delle prove INVALSI.
La scuola, fortunatamente, continua a fare qualcosa di molto più difficile: aiutare ogni bambino a scoprire ciò che sa fare meglio. C’è chi ragiona con i numeri, chi con le parole, chi con la musica, chi con i colori. È una biodiversità preziosa. In natura è una ricchezza. Vorrei che continuasse a esserlo anche nella scuola.
Perché la scuola non deve formare soltanto ottimi lavoratori. Deve continuare a formare cittadini.
Tra qualche settimana torneremo tutti in classe. Lei continuerà a fare il Ministro. Io continuerò a fare l’insegnante. Lei continuerà a misurare i risultati. Io continuerò a misurare anche il sorriso di un bambino che finalmente riesce a leggere da solo, la mano alzata di chi trova il coraggio di parlare e l’entusiasmo di chi scopre che imparare può essere bellissimo. Non entrano nei grafici, ma sono gli indicatori che cambiano il futuro.
Buone vacanze, Ministro. Io proverò ancora per qualche giorno a fare la turista. Poi tornerò a fare quello che fanno molti insegnanti ad agosto: leggere, studiare, progettare, cambiare ciò che non ha funzionato e cercare di fare un po’ meglio. È un lavoro curioso: occupa parecchie ore, ma non compare in nessun calendario ufficiale delle vacanze.
A settembre tornerò a insegnare le tabelline, le equivalenze e le frazioni, come ho sempre fatto, con amore, professionalità e con le Nuove Indicazioni. Ma continuerò anche a insegnare la gentilezza, il dubbio, la curiosità, il rispetto e la bellezza.
Perché la matematica è fondamentale. Ma il dubbio lo è altrettanto. Ogni vero apprendimento nasce da una domanda, non da una certezza. Vale per gli studenti. E credo valga anche per gli adulti.
Elena Morbidelli
Gentile lettrice
Per la verità il Ministro il dubbio se lo è posto e ha anche detto: “Questo è il motivo per cui abbiamo deciso di cambiare le Indicazioni Nazionali del primo ciclo”.
Per motivi un po’ complessi da chiarire qui non sono convinto che basti cambiare le Indicazioni per migliorare gli esiti degli apprendimenti. La docimologia, la pedagogia e le “scienze dell’educazioni” dicono in proposito cose un po’ diverse, ma diamo pure fiducia a quando sostiene il Ministro e aspettiamo gli eventi (il vicedirettore Reginaldo Palermo)