Vorrei porre all’attenzione pubblica il tema della responsabilità civile e penale dei docenti durante le gite scolastiche.
Chi sarebbe disposto a firmare un documento assumendosi la responsabilità di ventisette alunni minorenni per l’intera durata di un viaggio d’istruzione, giorno e notte compresi? Nessuno, immagino. È però ciò che viene richiesto agli insegnanti accompagnatori.
La responsabilità non si interrompe al termine delle attività programmate, ma si estende anche ai momenti “privati” del viaggio, quando gli studenti si trovano nelle camere d’albergo, formalmente autonomi ma ancora inseriti in un contesto di vigilanza implicita.
La cronaca dimostra che questi momenti non sono privi di rischi: incidenti notturni, consumo di alcol o sostanze, cadute e comportamenti pericolosi in situazioni solo parzialmente controllabili.
Nel 2002, a Firenze, una studentessa di undici anni morì durante una gita scolastica; la vicenda ebbe anche conseguenze giudiziarie per gli insegnanti coinvolti. Nel 2012 avvenne la tragedia del pullman di Sierre, in cui morirono ventotto persone, tra cui ventidue bambini. Nel 2016 tredici studentesse Erasmus persero la vita nell’incidente stradale di Tarragona. Più recentemente, nel 2022, uno studente salernitano è morto durante una gita scolastica a Malaga. Episodi diversi tra loro, ma che mostrano quanto complesso e pesante possa diventare il tema delle responsabilità durante i viaggi d’istruzione.
Durante le gite gli insegnanti garantiscono la vigilanza degli studenti per molte ore consecutive, anche di notte, in contesti difficili da controllare: spostamenti, alberghi, mezzi di trasporto, luoghi affollati e situazioni impreviste. A fronte di ciò, il riconoscimento economico e le tutele risultano del tutto inadeguati.
È necessario aprire una riflessione seria che tenga insieme il valore educativo delle gite scolastiche e la sostenibilità reale delle responsabilità richieste ai docenti. Servono coperture assicurative più solide, maggiore chiarezza normativa e un riconoscimento concreto del lavoro svolto.
Il punto non è mettere in discussione il valore formativo delle gite, ma chiedersi se sia ancora accettabile che esse si reggano quasi esclusivamente sulla disponibilità personale e sul senso di responsabilità degli insegnanti.
Davide Cabassa