Ho ascoltato con attenzione quanto accaduto durante una puntata de La Ruota della Fortuna, condotta da Gerry Scotti. Una docente si è presentata come insegnante di lettere, specificando però di lavorare “quest’anno” sul sostegno, accompagnando queste parole con un gesto e un tono che lasciavano trasparire rassegnazione, quasi disagio. Come se fosse una parentesi da sopportare, una deviazione forzata, una condizione subita.
Ecco, è proprio qui che nasce il problema.
La disabilità non è un limite invalicabile, è una condizione in cui una persona vive uno stato di bisogni e necessità particolari per poter raggiungere i propri obiettivi. Il nostro lavoro non è fermarsi al limite, ma andare oltre: lavorare sul funzionamento, sulle capacità, sulle potenzialità. Significa costruire futuro, valorizzare ciò che uno studente sa fare, può fare e soprattutto ciò che potrà fare, lavorare sulla consapevolezza delle proprie potenzialità, aumentando il controllo sulla propria vita. Questo è empowerment. Questo è il cuore della nostra professione.
Essere docenti di sostegno richiede rigore, studio, competenza. Ma richiede anche qualcosa che non si può certificare con un attestato: una predisposizione autentica, una scelta consapevole, una responsabilità profonda verso l’altro.
Oggi, invece, assistiamo a un sistema che prova a risolvere tutto con scorciatoie: corsi online che promettono specializzazione, etichette che cambiano senza che cambino davvero le competenze. Si parla tanto di learning by doing, di apprendimento significativo basato sul “fare”. Ma dove viene realmente applicato questo principio in percorsi formativi spesso teorici, veloci, superficiali? Come si può pensare che basti un corso online, qualunque esso sia, per preparare qualcuno ad affrontare un lavoro così delicato?
La verità è che non basta.
E sentire, in un contesto pubblico e seguito, una collega trattare il sostegno come un ripiego — e sentirsi rispondere che “bisogna accettare quello che passa il convento” — è qualcosa che ferisce. Ferisce chi questo lavoro lo ha scelto. Ferisce le famiglie che ogni giorno lottano per i diritti dei propri figli. Ferisce, soprattutto, l’idea stessa di scuola inclusiva.
Perché essere docenti di sostegno non è un’alternativa. Non è un piano B. Non è una punizione.
È una scelta.
È entrare in un mondo diverso, sì, nel senso più ricco del termine: un mondo che ti costringe a metterti in discussione, a crescere, a cercare strategie nuove, a costruire ponti dove altri vedono muri. È lavorare ogni giorno per l’inclusione e per l’equità, non come parole vuote, ma come pratiche concrete.
Finché il sistema continuerà a permettere che il sostegno venga percepito come una “sistemazione temporanea” o una “prova”, continueremo a tradire il significato più profondo della parola inclusione.
E allora no, non possiamo accettare “quello che passa il convento”.
Dobbiamo pretendere di più. Per i docenti, per gli studenti, per la scuola.
Perché l’inclusione, se è solo scritta e non vissuta, resta una parola vuota. E noi non possiamo più permetterlo.
Lettera firmata