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Il tablet non basta: la Turchia spiega all’Europa come si fa la vera scuola digitale

Gabriele Ferrante

In quanti penserebbero alla Turchia se fossero chiamati a individuare un Paese – a parte i grandi colossi supertecnologici, s’intende – all’avanguardia nel settore della scuola digitale? Di sicuro in pochi. Eppure, girovagando per il Web ci si imbatte in un articolo dell’Ansa datato 25 settembre 2013, il cui titolo non lascia dubbi: “Scuola, Turchia avanti Ue su uso mezzi digitali in classe”.  Vi si legge che la Turchia è nettamente davanti alla media dei Paesi dell’Unione europea per l’uso di tecnologie digitali in classe: “mentre nell’Ue – continua l’articolo – solo il 29% degli scolari fra i 9 e i 10 anni frequenta almeno un quarto di lezioni in cui gli insegnanti usano tecnologie digitali, in Turchia la percentuale sale al 58%.” E più avanti: “nella fascia d’età fra 13 e 14 anni la Turchia è in pole position nella digitalizzazione delle lezioni (60%)”.

Questo, dodici anni fa. Oggi – come riporta il Sole 24 Ore – il direttore generale del dipartimento tecnologico del Ministero dell’Istruzione della Turchia, Mustafa Canli, ha avviato un tour europeo per allertare i Paesi del vecchio continente sui pericoli derivanti dalla presenza esclusiva e invasiva delle grandi aziende tecnologiche, proponendo un patto: condividere le tecnologie per opporsi al monopolio del Big Tech nell’istruzione. Una collaborazione tra Stati europei, in sintesi, per sviluppare tecnologie didattiche sicure.

In questo delicato settore della società, infatti, le grandi aziende tecnologiche dominano: un esempio per tutti, Google Classroom, la piattaforma gratuita di Google che semplifica la gestione della didattica per insegnanti e studenti, creando un’aula virtuale dove i docenti possono assegnare e correggere compiti inviando feedback agli studenti, condividere materiali e comunicare.

La Turchia, invece, ha una sua piattaforma digitale, sviluppata da aziende private turche, ma come ha dichiarato Mustafa Canli, il suo viaggio in Europa non è finalizzato alla vendita di un prodotto ma a condividere idee e un’esperienza di successo nel campo dell’istruzione digitale. Dove, dicevamo, la Turchia è ai primi posti nel mondo:  Oggi il grande Paese ponte tra Europa e Asia è al secondo posto nella classifica dell’Ocse per le materie matematiche; tutte le sue 77mila scuole, anche quelle ‘sperdute’ tra le montagne dell’Anatolia e della Cappadocia, hanno accesso a internet a banda larga; più della metà degli insegnanti (il 62,7%, secondo recenti stime) usa la lavagna digitale ogni giorno; 200mila studenti con problemi di apprendimento vengono aiutati dalle tecnologie senza dover essere segregati in altre classi e senza far rimanere indietro il resto della classe.

Durante il suo viaggio, il dirigente turco non ha risparmiato critiche alla gestione europea della transizione digitale a scuola: Molti Paesi – sostiene Canli – stanno sviluppando sistemi digitali per l’istruzione ma tutti commettono gli stessi errori che hanno fatto altri, non imparando niente da chi ha cominciato prima. Distribuire i tablet nelle classi non vuol dire digitalizzare. Il ritardo dell’Europa – continua il direttore turco – è la conseguenza di un’unione mai veramente compiuta. Ogni paese va per conto suo. La disomogeneità porta alla lentezza. L’Istruzione sta cambiando in tutto il mondo, per effetto della rivoluzione digitale, ma gli insegnanti sono sempre gli stessi e soprattutto sono analogici. Ci vogliono – aggiunge – nuovi modi di insegnare e anche di apprendere: oggi il sistema insegna abilità o competenze e non come risolvere problemi, che sarebbe invece molto più utile.

Il funzionario turco ha poi inviato un messaggio dedicato al Governo Meloni, in particolare al ministro Giuseppe Valditara: Cerchiamo un accordo con l’Italia – ha dichiarato – per condividere la nostra piattaforma, in formato Open Source. Siamo disposti a regalare all’Italia il sistema di formazione digitale per insegnanti.

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