I dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 settembre scorso – in occasione dell’ultima Giornata Mondale per la prevenzione del suicidio – non sono incoraggianti: 700.000 morti all’anno nel mondo. E quel che è ancora più grave, se possibile, è che ogni anno, all’interno di questo numero, ci siano anche 46.000 bambini e adolescenti che decidono di togliersi la vita. Il suicidio è la quinta causa di morte più comune tra gli adolescenti dai 10 ai 19 anni e la quarta nella fascia d’età dai 15 ai 19 anni.
In Italia la situazione non migliora, anzi. Qualche giorno fa La Repubblica sottolineava come da Roma a Firenze siano sempre di più gli adolescenti che tentano il suicidio. “L’Italia dei ragazzi a rischio suicidio: più letti negli ospedali per aiutarli”, questo il titolo del quotidiano romano, anche se il fenomeno dei suicidi tra giovanissimi non si ferma sull’asse Roma-Firenze, ma interessa purtroppo tutto il territorio nazionale. Sempre La Repubblica, attraverso la sua redazione locale, ha preso, infatti, in esame il caso della Campania, con un’intervista a uno dei neuropsichiatri infantili dell’ospedale Santobono di Napoli: molti i minorenni ricoverati nel suo reparto, il problema c’è, eccome: ragazzini talmente demotivati – ci sono casi di bambini anche al di sotto dei dieci anni! – da mettere in atto la scelta drastica, farla finita, il suicidio come ultima spiaggia.
Il Santobono, dichiara a La Repubblica il dottore Carlo Barbati, è l’unico ad assicurare l’emergenza: nel reparto di neuropsichiatria, allo stato attuale, ci sono sei ricoverati tra i 12 e 14 anni. Uno ha tentato il suicidio ingerendo farmaci in sovradosaggio, gli altri due hanno presentato e tuttora presentano la volontà di togliersi la vita.
Per tentare di spiegare il trend in aumento delle intenzioni suicidarie tra i giovanissimi, Barbati punta sulla multifattorialità: solitudine, insicurezza, fragilità emotiva, difficoltà a sentirsi riconosciuti da sé stessi e dagli altri. Inoltre, oggi, una bella fetta di responsabilità è da attribuire ai social, che amplificano le vulnerabilità, laddove ci sono condizioni di predisposizione. Nel mondo virtuale, gli insicuri si sentono ancora più soli.
Come intervenire per arginare il fenomeno? Secondo il dottore, bisognerebbe lavorare di più con i genitori perché si rendano conto di cosa sta accadendo ai loro figli, ma senza spaventarli. Dovrebbero imparare a essere guide per i loro figli, a dare regole per la loro crescita, perché facciano scelte ponderate, avendone consapevolezza. In assenza di una famiglia sana e vigile, è bene che la Scuola si attivi per favorire sane relazioni interpersonali, valorizzando la sfera emotiva.
Anche in questo caso, il ruolo della Scuola appare strategico. Come ha spiegato bene a IlSole24Ore Elisa Fazzi, docente ordinaria di Neuropsichiatria infantile all’Università di Brescia e direttrice del servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza presso Spedali Civili, dietro ogni adolescente che pensa di non avere alternative, dietro ogni giovane che immagina di interrompere la sua vita o sente di essere un peso, c’è una domanda inespressa, un bisogno di essere visto e ascoltato. Dare una risposta a quella domanda è la nostra responsabilità più grande.